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SOSTENIBILITA’ & TURISMO

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Il dibattito sulla “sostenibilità” racchiuda in sé aspetti decisivi e strategici, anche nel  rapporto tra sviluppo turistico e sostenibilità ambientale.

 Questo approfondimento cercherà di coglierne alcuni aspetti concreti.

 E’ con l’avvento della società industriale ed il conseguente utilizzo delle macchine nella produzione, con l’incremento dei trasporti, con l’aumento demografico, che inizia un vero e proprio “saccheggio” alle risorse naturali, e danni irreparabili  all’ambiente (es. problemi dei rifiuti). Dalla rivoluzione industriale in poi, le problematiche ambientali sono divenute questioni centrali del dibattito sullo sviluppo.  Da questa situazione di criticità parte  il dibattito sulle fonti energetiche rinnovabili (energia solare, idrica, eolica, geotermica) intese a sostituire le risorse non rinnovabili ed altamente inquinanti quali il carbone ed il petrolio. Questa visione impone il perseguimento del risparmio energetico e la creazione di tecniche produttive alternative che consentano il miglioramento della qualità ambientale ed il mantenimento di alti livelli di qualità della vita.  I continui interventi umani sull’ecosistema terrestre hanno portato e stanno portando grossi stravolgimenti ad un equlibrio, che fino ad allora, era stato garantito “naturalmente”. 

 Il bisogno di conoscere e di possedere la natura sono le principali motivazioni che spingono l’uomo al viaggio, ad avere relazione con l’ambiente. Il turismo contemporaneo  rappresenta una delle esperienze più diffusa di “conoscenza-appropriazione” dell’ambiente. Per l’ambiente, le forme che il viaggio ed i viaggiatori hanno assunto, rappresentano un potente impatto, con stravolgimento, in alcuni casi, del paesaggio originario.

Non è certo proponibile o ipotizzabile il negare ai paesi, l’aspirazione ad utilizzare il turismo come attivatore ed acceleratore dei propri processi di sviluppo, ma è  possibile individuare  percorsi “di sostenibilità” che faccia perno su elementi condivisi e interdipendenti.

La valenza generale dell’idea di sostenibilità viene applicata in qualsiasi attività umana compreso il turismo, che rappresenta uno degli ambiti in cui tale idea è stata declinata e applicata con più intensità. Applicare i principi dello sviluppo sostenibile, vuol dire affermare il convincimento dell’esistenza di una “responsabilità morale” degli individui nei confronti della natura.

Il concetto di sviluppo sostenibile trova sintesi nella formulazione proposta nel 1989 dalla World Commission on Environment and Development (Bruntland) secondo cui è sostenibile lo sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri.

Lo sviluppo sostenibile concilia due aspetti che stanno a cuore alla collettività:  equità sociale e crescita economica.

Durante la Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 si è affermato il principio che ….. ” è sostenibile quello sviluppo che diminuisce la pressione sull’ecosistema ma anche quello che si preoccupa della tutela dei diritti umani, della fine della povertà, di modelli accettabili e condivisi di produzione e consumo, di salvaguardia della salute e della facilitazione del trasferimento di tecnologie verso i Paesi più poveri….”  Nel suo complesso la sostenibilità ambientale si ricava da un bilancio tra i consumi della popolazione di una certa area e le risorse disponibili nella stessa.

 Anche il turismo si trova a dover affrontare le sfide della sostenibilità.

L’uso dell’ambiente per attività di leisure coinvolge gli ecosistemi interessati dalle pratiche turistiche. La rilevanza economica del turismo e le sue implicazioni ambientali e sociali legate alla mobilità spaziale di milioni di individui diventano degli ambiti per sperimentare differenti modalità di sviluppo sostenibile.

L’idea di turismo sostenibile deriva direttamente dai principi espressi dalla Commissione Bruntland da cui scaturisce il primo documento programmatico della sostenibilità delle pratiche turistiche.

L’OMT redige l’Agenda 21 per l’industria del turismo che contiene i  “12 principi base del turismo sostenibile“:

  1. i viaggi e il turismo devono essere orientati al conseguimento di una vita sana, attiva e in armonia con la natura
  2. i viaggi e il turismo devono contribuire alla tutela degli ecosistemi
  3. i viaggi e il turismo devono basarsi su forme di consumo sostenibili
  4. gli Stati devono cooperare allo sviluppo di un sistema economico aperto nel quale il commercio internazionale di viaggi si fondi su criteri di sostenibilità
  5. i viaggi, il turismo, la pace, lo sviluppo e la protezione dell’ambiente sono elementi interdipendenti
  6. il protezionismo commerciale dei viaggi deve essere soppresso o limitato
  7. la tutela dell’ambiente deve essere un elemento costitutivo dei processi di sviluppo turistico
  8. le problematiche connesse allo sviluppo turistico devono essere affrontate con la partecipazione attiva dei cittadini coinvolti
  9. gli Stati devono informarsi reciprocamente in caso di catastrofi naturali che possono creare danni ai turisti o ad aree turistiche
  10. i viaggi e il turismo devono essere organizzati in modo da utilizzare la loro capacità di creare occupazione soprattutto a favore delle donne e per la popolazione locale
  11. lo sviluppo turistico deve riconoscere e rispettare l’identità,la cultura e gli interessi della popolazione locale.
  12. l’industria dei viaggi e del turismo deve impegnarsi a rispettare la legislazione internazionale sulla tutela dell’ambiente.

Per il turismo poi, la sostenibilità ambientale è decisiva, in quanto sono proprio le risorse naturali a rappresentare l’autentico  prodotto turistico. 

Parlare di turismo sostenibile vuol dire dare respiro strategico alle attività imprenditoriali e ricercare, con rinnovato entusiasmo, soluzioni ai gravi problemi della stagionalità dei flussi, soluzioni al rischio della monocultura turistica che si sta introducendo in alcuni territori con il conseguente rischio di scomparsa di  attività economiche di area,  e monitorare il livello di beneficio che le economie locali ricavano dal turismo. In questa ottica, la sostenibilità economica è data dalla presenza di operatori locali nelle attività turistiche, non solo come forza lavoro ma anche come imprenditori e investitori. Infine la responsabilità sociale del turismo fa ovviamente riferimento ai processi di contaminazione culturale insiti nell’attività turistica.

Il turismo può definirsi socialmente sostenibile se facilita gli interscambi culturali tra ospiti ed ospitati favorendo la mutua comprensione, la solidarietà e l’egualitarismo tra le persone.

Per gli aspetti programmatori e progettuali, competenze pubbliche e scelte imprenditoriali dovrebbero affrontare, con incisività, problemi quali: 

  • Minimizzare il più possibile gli impatti negativi sull’ambiente e sulla popolazione delle zone turistiche.
  • Coinvolgimento e impegno operativo dei turisti nella conservazione dell’ecosistema.
  • Conservazione delle risorse ambientali e socioculturali del territorio.
  • Massimizzare la partecipazione delle popolazioni locali nei processi decisionali che determinano il tipo e le dimensioni dei target turistici di riferimento.
  • Operare privilegiando aspetti qualitativi dell’offerta, valorizzando le identità locali, ed il patrimonio storico/culturale presente.
  • Sviluppare la cultura dell’accoglienza.
  • Predisporre coerenti Piani di sviluppo turistico locale, che si integrino con gli altri strumenti di pianificazione e programmazione territoriale presenti.
  • Dedicare attenzione alla Pianificazione centrata sulle Comunità locali, sui loro bisogni e sulle loro caratteristiche.  

Obiettivo strategico delle varie azioni dovrebbe divenire, in questa logica, “l’autenticità sostenibile”, così come sostenuto da Cohen nelle sue ricerche.

 Ario Locci

Agosto 2010

 

Alcuni link utili e bibliografia:

http://it.wikipedia.org/wiki/Sostenibilit%C3%A0

http://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_Mondiale_del_Turismo

http://en.wikipedia.org/wiki/Brundtland_Commission

http://cecs.arpal.org/_modules/download/download/DOCcecs/EVENTIcecs/OSTturismo/Pubblicazione/Cap2.pdf

http://www.sinanet.apat.it/it/gelso/buone-pratiche-turismo-sostenibile/principali_promotori

http://www.sinanet.apat.it/it/gelso/buone-pratiche-turismo-sostenibile/normativa_documenti

http://www.ideali.be/it/basic567.html

http://www.agenda21.regione.lombardia.it/index/turismo/documenti/C14

http://web.comune.grosseto.it/comune/index.php?id=1288

http://abcd.architettura.uniss.it/file.php/354/onni_2007.02.25.doc 

http://www.scienzaturismo.it/i/it/annali-nomenu/saggi/la-teoria-politica-del-turismo-sostenibile-p8-1085.html 

http://abcd.architettura.uniss.it/file.php/354/onni_2007.02.25.doc  

http://www.consorzionettuno.it/nettuno/italian/docenti/prgcorso.asp?idmateria=568&idcorso=26&idprof=139&idTcor=1  Guido Martinotti professore ordinario di sociologia Urbana all’Università di Milano Bicocca corso on line.

 

 

WEB 2.0 Introduzione

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 Ho cercato di capire perché si parla insistentemente di Web 2.0,  quali prospettive si aprono, e quali le  applicazioni pratiche nel settore della comunicazione, del marketing, del turismo.

Wikipedia, a proposito scrive  …  “Web 2.0 è un termine utilizzato per indicare genericamente uno stato di evoluzione di Internet (e in particolare del World Wide Web), rispetto alla condizione precedente. Si tende ad indicare come Web 2.0 l’insieme di tutte quelle applicazioni online che permettono uno spiccato livello di interazione sito-utente (blog, forum, chat, sistemi quali Wikipedia, Youtube, Facebook, Myspace, Twitter, Gmail, WordPress, Tripadvisor ecc.). La locuzione pone l’accento sulle differenze rispetto al cosiddetto Web 1.0, diffuso fino agli anni novanta, e composto prevalentemente da siti web statici, senza alcuna possibilità di interazione con l’utente eccetto la normale navigazione tra le pagine, l’uso delle email e l’uso dei motori di ricerca…”.

Web 2.0 non è un software specifico, nè un marchio, ma un un’insieme di approcci per usare la rete in modo innovativo.  Potremmo azzardare la definizione sociologica  di “ambiente/contesto”.  Si riferisce alle tecnologie che permettono ai dati di diventare indipendenti dalle persone che li producono,  o dal sito in cui vengono creati. L’informazione viaggia liberamente da un sito all’altro, indipendentemente dalla volontà della fonte.  Questo contesto permette agli utenti di prendere informazioni da diversi siti simultaneamente e di distribuirle sui propri siti per nuovi scopi. Non si tratta di derubare gli altri del loro lavoro, proprio perché  il Web 2.0 è un prodotto  open-source, che permette di condividere le informazioni sulle quali è stato creato Internet e rende i dati più diffusi. Questo permette nuove opportunità di lavoro e di informazioni che possono essere costruite sopra le informazioni precedenti.

Tim O’Reilly, Ceo di O’Reilly Media, ha coniato il termine Web 2.0 in una conferenza del 2004; da allora si svolgono appuntamenti periodici di aggiornamento sullo stato applicativo (vedi  http://www.web2summit.com/web2010 ).

La svolta più rilevante è data dalla piattaforma di solo accesso del primo web, alla piattaforma partecipativa di web 2.0, il che comporterà implementazioni, novità sulla rete e grandi prospettive  in ambito business.

Siamo di fronte ad una discontinuità fra piattaforma “di solo accesso” del primo Web e nuova piattaforma partecipativa Web 2.0 (e occorre aggiungere: programmabile, componibile, con ricca interfaccia utente, decentralizzata, capace di relazione globale di contenuti, network-centrica, estendibile a logiche SOA (Service Oriented Architecture).

Gli effetti partecipativi, collaborativi e sociali di Web 2.0 rimandano alle problematiche del  “Nuovo potere dei consumatori”. Il Web 2.0 abilita un approccio a creare e distribuire contenuto del Web, con comunicazione aperta, autorizzazione decentrata, libera condivisione e riuso; il tutto per un “mercato visto come conversazione”, di etica della partecipazione, e non esita a trasferire al contesto Web 2.0 le quattro libertà proclamate per il software da Richard Stallman, libertà di usare, studiare, copiare, migliorare e, aggiungo, trarre profitto. (vedi www.gnu.org/philosophy/free-sw.html)

Web 2.0 abilita una circuitazione virtuosa (con connessioni illimitate) dal fornitore al consumatore di prodotti o servizi, e di ritorni (in termini di contenuti e di intelligenza distillata). Su questi scambi si fondano i nuovi equilibri fra business e consumo, tanto più innovativi quanto più aperti, liberi e paritetici. Questo nuovo contesto partecipativo darà risultati superiori a qualunque strategia “esclusiva”. Come esempio indubbiamente significativo, il successo e l’adozione esplosiva di www.myspace.com, il cui modello si è spinto oltre il concetto di portale esclusivo, per adottare un modello aperto, con spazio modificabile ed estendibile liberamente dall’utenza.

Internet non si può più considerare una semplice “rete di reti”, né un agglomerato di siti Web isolati e indipendenti tra loro, bensì la somma delle capacità tecnologiche raggiunte dall’uomo nell’ambito della diffusione dell’informazione e della condivisione del sapere. Queste le considerazioni alla base del Web 2.0 che, lungi dal rappresentare il culmine dell’evoluzione del mondo Internet, è un buon punto di partenza per nuove metodologie e applicazioni software, all’insegna della condivisione e della collaborazione tra soggetti variegati e diversi.

Il termine “Internet 2.0″ o “Web 2.0” è l’espressione del dibattito attualmente in corso in merito alle nuove possibilità di fruizione del sapere e delle informazioni offerte dalla Rete; non è solo un’evoluzione della tecnologia, ma dei mezzi e degli strumenti che utilizzano l’infrastruttura tecnologica sulla quale poggia Internet.  E’ un nuovo modo di intendere la Rete, che pone al centro i contenuti, le informazioni, l’interazione.

Si parla di Internet e non di Web, anche se spesso sono considerati sinonimi, dal momento che oltre ai computer fanno parte della rete globale altre periferiche quali il cellulare, la televisione, la radio, che possono interagire tra loro utilizzando le nuove tecnologie di condivisione del dato digitale.

Il concetto di Web 2.0 pone l’accento sulle capacità di condivisione dei dati tra le diverse piattaforme tecnologiche, sia hardware che software. Dietro l’evoluzioni tecnologiche troviamo la filosofia della collaborazione.

I servizi e gli strumenti del Web 2.0 trasformano ogni utente da consumatore a partecipante, da utilizzatore passivo ad autore attivo di contenuti, messi a disposizione di chiunque si affacci su Internet, indipendentemente dal dispositivo che utilizza.

Le applicazioni più diffuse del Web 2.0 sono: Blog, wiki, social network, podcasting, vodcasting. Tutte permettono la partecipazione e la diffusione di ciò che viene prodotto all’interno delle comunità interattive di fruitori/autori di contenuti. Gli argomenti e le materie trattate spaziano in tutti i campi del sapere, rendendo ogni informazione immediatamente visibile e rielaborabile. (ad esempio un articolo su un quotidiano on line può essere commentato su un blog, essere arricchito con aggiunta di contenuti audio e video, essere condiviso su un social forum, ed arricchito ad ogni passaggio della catena).

Il blog,  e l’esplosione di questi sulla rete, diviene un vero e proprio luogo di incontro, di discussione e di condivisione di argomenti e contenuti, disponibili sotto forma di testo, immagini, audio e video, con possibilità di presentarli su altri siti web, o su servizi news navigabili tramite il cellulare. La diffusione dell’informazione può avvenire anche tramite i podcast (file audio), ed i vodcast (file video), leggibili da programmi dedicati.

Le applicazioni wiki sono la dimostrazione di come la conoscenza può essere diffusa attraverso la tecnologia di  rete. La logica che muove e sviluppa wiki è la partecipazione degli uetnti ad un obiettivo comune, come, ad esempio, la realizzazione della più grande enciclopedia mondiale, wikipedia, oppure la creazione di un glossario informatico, o di una knowledge (base dedicata ad uno specifico argomento). E’ il metodo di lavoro l’elemento innovativo, in quanto chiunque può aggiungere o modificare il contenuto (testo, immagini, video)  presente in un wiki. Su piano sociale, la partecipazione libera degli individui, produce un bene culturale comune, fruibile gratuitamente da tutti.

I social network si compongono di gruppi di persone che hanno passioni e interessi comuni, disponibili a condividere pensieri e conoscenze, distribuendo contenuti multimediali relativi ai propri interessi, attraverso gli strumenti web 2.0

Il cuore pulsante del web 2.0 è il contenuto, fruibile in tutte le sue applicazioni  multimediali, prodotto dall’interazione delle persone tramite piattaforme ad hoc. Le applicazioni sono le più disparate, da quelle a scopo commerciale a quelle votate alla libera circolazione del pensiero.

Le formule che generano ricavi sono molteplici; le prime soluzioni che vengono in mente sono sicuramente la vendita di pubblicità, di servizi professionali, di prodotti turistici,  ma non vanno trascurate la visibilità e la credibilità che un’azienda può acquisire aprendo il proprio blog, o partecipando a comunità di nicchia i cui interessi coincidono con i prodotti offerti. Per non parlare dei vantaggi nel campo delle relazioni pubbliche e della comunicazione d’impresa, il cui principio guida è  “lavorare bene e farlo sapere a tutti”.

Ario Locci

Agosto 2010    

IL MERCATO

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Era tanto che non andavo al mercato settimanale e che non respiravo l’aria di un luogo magico che, nel periodo estivo, diviene appuntamento per tutti coloro che si trovano nei dintorni, mescolando gli abitanti del luogo con i molti turisti presenti. Tratti somatici diversi si confondono in lunghe processioni davanti ai banchi delle merci, si intravedono e immediatamente spariscono facce conosciute, incontriamo coloro che avremmo preferito non incontrare, salutiamo amici che non vedevamo da tempo.

In questo clima, per me desueto, mi sono ricordato come, in molte località africane, esista “il capo del mercato”, che ha il compito di rendere conto, al capo del villaggio, che non ha il diritto di entrarvi, ciò che  accade all’interno del mercato stesso. In questi spazi c’è la sacralizzazione del luogo, necessaria al successo ed allo svolgimento pacifico degli incontri. Il mercato è pieno di spiriti, buoni e cattivi, che possono assumere ogni sorta di forma, e che bisogna placare o conciliare.

Il festival di colori e di odori dei mercato africani è innanzitutto uno spazio di socialità specifico, prima di essere un luogo di scambio merci.

Il mercato diviene l’occasione di incontri con amici e parenti dello stesso villaggio, ma anche di villaggi vicini. E’ un luogo in cui si  mescolano le generazioni, i sessi e le etnie diverse.  Il mercato è un terreno neutro dove possono incrociarsi i membri di clan amici e anche nemici: ciascuno depone le armi prima di entrare.

Quando, nel nostro Parlamento e nell’arroventato clima politico, si depongono le armi e si inizia, nel rispetto dei ruoli, a operare concretamente per gli interessi del Paese, dando, per esempio, risposte ai troppi giovani che non vedono, nella loro prospettiva, un futuro lavorativo, tale da rendere dignitosa la loro esistenza.

A. Locci

Agosto 2010

SOLO QUESTIONE DI STILE?

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QUESTIONE DI STILE

“…….. Io amo appassionatamente la mia Patria, ma non odio alcun’altra nazione. La civiltà, la ricchezza, la potenza, la gloria sono diverse nelle diverse nazioni; ma in tutte havvi anima obbediente alla grande vocazione dell’uomo, di amare e compiangere e giovare….. ” (Silvio Pellico – Le mie prigioni – Capo XCVIII).

Mi è capitato tra le mani il libro di Pellico, così mi sono messo a leggere un testo che non ha fatto parte delle mie letture scolastiche e giovanili. Una gradevole scoperta, un libro pieno di umanità e di riflessioni mai particolarmente cattive nei confronti dei carcerieri, o di coloro che la pensavano in modo diverso dall’autore.  nonostante le sofferenze fisiche di “un carcere duro”, la fede e la speranza sono spesso messe in discussione, ma mai abbandonate; con forza traspare  la volontà di sopportare con dignità e coerenza la sorte, conseguenza di profonde convinzioni politiche.

Mentre leggevo, mi venivano da fare paragoni con il nostro attuale momento politico istituzionale, e sull’etica che contraddistingue il comportamento di troppi dei nostri politici. Stento a ritrovare nel dibattito dei nostri giorni, tematiche di interesse generale, finalizzate alla risoluzione dei gravi problemi che affliggono il Paese.

Anzi si assiste, a giorni alterni, a minacce sull’unità nazionale, mettendo cittadini del nord contro quelli del sud, e dimenticando che i nostri avi hanno pagato un pesante tributo per l’unità d’Italia e per l’identità nazionale.

Non sarebbe forse arrivato il momento di smettere di alimentare un clima di scontro pregiudiziale tra schieramenti, e riportare il confronto sulla politica e sulle cose da fare?  per quanto tempo siamo ancora disponibili ad accettare personaggi impresentabili, di modestissimo livello politico e culturale, che ricoprono cariche importanti, solo per il fatto di essere portavoci e sudditi fedeli di un sistema autoreferenziale ed asfittico.

Non sarebbe male, ogni tanto, riflettere sull’operato di tanti statisti che hanno reso possibile l’Unità d’Italia, e lottato per affermare e consolidare la libertà e la democrazia nel nostro paese. Scopriremmo ideali e comportamenti morali inappuntabili, nella gestione “degli interessi pubbici”.

L’onestà e la morale, secondo me, non possono essere considerate variabili, che cambiano con il cambiare della società.

Ario Locci

Agosto 2010

GLI ETRUSCHI ED IL MARE

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Gli Etruschi ed il mare

I Greci chiamavano gli Etruschi “Tirreni”, in ricordo di quel Tirreno che si diceva fosse il condottiero che, dalla lontana Lidia – oggi Turchia –, aveva portato nelle coste d’Italia il popolo che aveva dato origine agli Etruschi. Una migrazione via mare – sicuramente mai avvenuta almeno nei termini in cui ce la tramanda lo storico greco Erodoto – elemento che comunque assai precocemente si pone in stretta relazione con questa antica civiltà dell’Italia antica.

Anche lo storico romano Tito Livio ribadisce che la potenza degli Etruschi prima del dominio di Roma era assai estesa, per terra e per mare. I nomi attribuiti al mare superiore e al mare inferiore che circondano l’Italia come un’isola possono costituirne una prova, per quel che può valere. I popoli d’Italia chiamarono infatti un mare Etrusco, dalla comune denominazione di quel popolo, l’altro Adriatico, da Adria,  colonia degli Etruschi. I greci li chiamarono Tirreno e Adriatico.

Nella fase più antica della civiltà etrusca, compresa fra il IX e l’inizio del V secolo a.C., i centri etruschi raggiunsero livelli d’attività produttiva, di espansione commerciale e politica tra i più progrediti del bacino del Mediterraneo, entrando in concorrenza con i Fenici e i Greci nel controllo delle grandi vie marittime. Uno degli elementi essenziali correlati al quadro generale dello sviluppo è da riconoscere nella situazione privilegiata in cui si trovava l’Etruria per la presenza di grandi risorse minerarie. Metalli come il rame, il ferro e l’argento e altri minerali come l’allume, essenziali per il progresso delle tecnologie produttive in campo militare ed agrario, abbondano nei giacimenti dell’isola d’Elba, nelle colline metallifere a nord di Vetulonia e in altre località come i Monti della Tolfa nel territorio di Cerveteri. All’approvvigionamento di queste materie prime e al controllo, diretto o indiretto, delle loro fonti di estrazione va certamente attribuito l’interesse dei naviganti Fenici e Greci verso la parte occidentale del mare Mediterraneo e in particolare verso le coste del medio Tirreno, dove intorno al 770 a.C. viene fondata nell’isola di Ischia la prima colonia greca da Greci dell’Eubea.

I contatti tra Etruschi ed Euboici avviano una rete di scambi sempre più fitta che reca alle genti italiche della prima età del ferro non solo merci di lusso ma anche tecnologie nuove relative sia all’ambito agricolo (l’introduzione della coltura della vite avviene nel corso dell’VIII secolo, quella dell’olivo nel secolo successivo) sia alla produzione di beni materiali con l’arrivo di artigiani specializzati nella lavorazione della ceramica (l’uso del tornio del vasaio è introdotto nel corso dell’VIII secolo) e di materiali preziosi come l’avorio e l’oro.

La vicinanza al mare dei principali centri etruschi d’età arcaica, da Populonia a Cerveteri  è indice dello spiccato interesse di questo popolo ad un coinvolgimento effettivo nella dinamica egli scambi commerciali. Già all’età del Ferro (IX-VIII sec. a.C.) risale la tradizione letteraria della «talassocrazia» (dominio del mare) etrusca. Secondo il greco Eforo di Cuma pirati «tirreni» infestavano le acque della Sicilia al momento della fondazione delle più antiche colonie greche dell’isola già alla fine deII’VIII secolo. In quest’epoca così antica le azioni di pirateria rientravano in una prassi peculiare delle società aristocratiche e si confondevano in parte con il commercio: l’attività commerciale si svolgeva attraverso «guerre di corsa», razzie originate da capi aristocratici con funzioni “imprenditoriali” piuttosto che mediante spedizioni organizzate da mercanti.

La forma stessa delle navi etrusche, spesso raffigurate nelle ceramiche testimonia la duplice funzione svolta dalla navigazione etrusca: si tratta di imbarcazioni mercantili con scafo rotondo e spazioso, fornito a prua di uno sperone per l’attacco.

Alla fine del VII secolo a.C., quando si definiscono nelle linee generali le strutture urbane delle principali città etrusche, l’organizzazione degli scambi commerciali tende a divenire sistematica, II fenomeno è evidente nell’Etruria meridionale marittima, dove nei porti di Pyrgi, Gravisca e Regisvilla, dipendenti rispettivamente dai centri di Cerveteri, Tarquinia e Vulci, nascono strutture stabili di natura commerciale

Nella dinamica degli scambi di quest’epoca (fine VII-VI sec. a.C.) il ruolo determinante, anche come intermediari, è svolto dai mercanti della Grecia orientale, provenienti dai centri costieri dell’Asia minore (Samo, Mileto, Focea). Mercanzie preziose, ceramiche decorate da mensa di fabbriche diverse (di Corinto e della Grecia dell’Est fino a 550 a.C., di Atene dalla seconda metà del secolo fino all’inizio di quello successivo), anfore per il trasporto di vino e di olio e altri materiali deperibili (stoffe, profumi) giungono ai lidi tirrenici.

Come in passato, maestranze specializzate straniere si immettono nella produzione artigianale etrusca, influenzandone in modo grande ogni settore, dalle ceramiche agli affreschi parietali, alle terrecotte architettoniche. L’aspetto esteriore delle città etrusche tende ad apparire quello di polis greca.

Nel fervore degli scambi che in quest’epoca si manifesta nel bacino centrale del Tirreno, il movimento mercantile in partenza dall’Etruria si indirizza in prevalenza verso le coste della Francia meridionale. In questa regione, anch’essa ricca di metalli (stagno), occupata da insediamenti celtici e liguri , ove i Greci di Focena intorno a 600 a.C. avevano fondato la colonia di Marsiglia, era esportato il vino etrusco, la cui produzione si era sviluppata nei territori meridionali, insieme al vasellame di bronzo, ai pregiati buccheri e alla ceramica etrusca d’imitazione corinzia.

I relitti di navi naufragate, rinvenuti su questa stessa costa, rivelano carichi di anfore vinarie etrusche — le più antiche delle quali imitano quelle fenicie – insieme alle ceramiche fabbricate in Etruria. Gli stessi materiali si diffondono contemporaneamente nel meridione, nel Lazio, in Campania e in Sicilia.

Sul finire dell’età arcaica il controllo delle rotte tirreniche da parte degli Etruschi viene meno a causa della crescita di Cartagine e, successivamente, in Sicilia della potenza di Siracusa.

Nel 474 a.C. la sconfitta inflitta da quest’ultima alle navi etrusche nelle acque di Cuma comportò una battuta d’arresto per i traffici nel Tirreno meridionale, anche se il distretto minerario dell’isola d’Elba continuò ad essere oggetto d’interesse da parte dei Greci. Non è certo un caso se l’emissione delle prime monete etrusche si deve a Populonia a partire dalla seconda metà del V secolo

GLI ETRUSCHI DELLA COSTA

L’area costiera, da Massa a Grosseto è un punto privilegiato per costatare quanto gli Etruschi andarono modificando il loro rapporto con l’ambiente e la loro organizzazione sociale venendo a contatto con la civiltà greca, lasciando testimonianze ancora oggi tangibili, che la cura di tante amministrazioni comunali ha conservato in maniera esemplare e offerto alla fruizione del grande flusso turistico che oggi costituisce per questo vasto comprensorio una grandissima risorsa culturale ed economica.

Nel corso dell’VIII e VII sec. l’area centro-etrusca aveva conosciuto uno sviluppo notevole: ricca di quelle miniere che costituivano fonti essenziali di approvvigionamento per i coloni greci, si avviò assai rapidamente verso un’organizzazione di tipo urbano lungo la fascia costiera ed a un genere di popolamento sparso nelle aree interne.  Così incontriamo grandi centri primari quali Vetulonia e Populonia (già documentati dal IX sec. a.C. da necropoli ad incinerazione) e piccoli insediamenti sulla costa tirrenica come Pescia Romana od Orbetello, Poggio Buco e Sovana, Magliano, Marsiliana e Saturnia che sembrano formarsi in epoca appena posteriore (fine dell’VIII sec. a.C.). In quest’area già negli ultimi decenni dell’VIII  sec.  la società sembra trasformarsi: oggetti preziosi rinvenuti in tombe ricchissime di Marsiliana e Vetulonia, provenienti dall’Oriente o imitati in ambiente etrusco sembrano arrivare qua tramite i commercianti greci che avevano stabilito fondachi ad Ischia e Cuma in Campania e che ricevevano in cambio quantità notevoli di minerali allo stato grezzo. Nelle fonderie dei coloni greci  di  Pithecusa (Ischia)  si  sono  rinvenute scorie di fusione di minerale di ferro (ematite) proveniente dall’Elba.

Vetulonia e Populonia  sono i centri dove prevale l’attività estrattiva  e  metallurgica  e  che  sembrano  proiettati, specialmente  la  seconda,  verso  i  commerci  marittimi.

Anche a Populonia durante il primo periodo orientalizzante sono evidenti trasformazioni dell’assetto sociale, nonostante   la  città  sembri  mostrare  un  certo  conservatorismo con una netta distinzione tra un ceto aristocratico (a cui appartengono le grandi tombe monumentali della necropoli  di S.Cerbone a Baratti) e una classe subalterna. Una situazione simile sembra riflettersi sul territorio dove sono dislocate tombe monumentali a Bibbona, Bolgheri,  Casaglia. e  Casale  Marittimo, destinate a quei capi che dominavano i territori lungo la strada per Volterra.

Intorno al VI sec. l’area del territorio grossetano sembra spopolarsi: i centri di Sovana, Poggio Buco, Marsiliana e Magliano sono abbandonati forse a seguito di lotte con Vulci. Di questa condizione sembrano trarre vantaggio Roselle e Vulci stessa dove assistiamo ad un fenomeno di vero e proprio inurbamento delle masse rurali.  Solo con la conquista romana del III sec. a.C. si rivitalizzerà quest’area dal punto di vista   agricolo in piccoli centri come Ghiaccio Forte (Scansano) o nelle colonie romane di Cosa e Saturnia.

Populonia e Vetulonia durante  il  IV ed il III secolo si erano fortificate, probabilmente minacciate dalle spedizioni degli eserciti e delle navi di Siracusa che si accaniva contro  i  porti  minerari  etruschi.  E’ in questo periodo che a Populonia le attività industriali legate alla raffinazione del ferro Elbano comportano un notevole ampliamento demografico.  La  città  entrata  nell’orbita  romana  come città federata già dal III sec. a.C. si garantì una sopravvivenza fino al periodo del tardo impero.

Ma la città di gran lunga più potente e dotata del territorio  dipendente  più vasto  fra quello  di  tutte  le città etrusche settentrionali fu  certamente  Volterra, posta su un colle che dominava le tre valli dei fiumi Cecina, Era  ed Elsa.  Formatasi come agglomerato urbano già alla fine dell’VIII sec. rimase fortemente in ombra durante il periodo orientalizzante ed arcaico (V1I-V sec. a.C.).

Fu dal IV sec. e fino a tutto il II che la città visse il periodo del suo massimo rigoglio fondato essenzialmente su una base agricola largamente produttiva. La Val d’Elsa con i centri rurali di Casole, Monteriggioni, Colle Val d’Elsa, S. Gimignano, Barberino, quella del Cecina con Pastina, Vada e Castiglioncello e l’alta Val d’Era con Terricciola e Morrona costituiscono un comprensorio in cui è evidente l’impronta culturale e sicuramente anche politica di Volterra.

Un caso a parte è la bassa Val d’Era, dove gli interessi volterrani sembrano venire a contatto con quelli di un centro finora poco conosciuto ma che recenti ricerche hanno contribuito a collocare con maggior precisione nel novero delle più importanti città etrusche: Pisa.

I recentissimi scavi in Piazza del Duomo, a due passi dalla Torre Pendente, e lo straordinario rinvenimento delle navi romane hanno rivelato una stratificazione archeologica d’eccezionale interesse che conferma  che Pisa era una città  etrusca  e  non  ligure  come  veniva considerata da taluni  studiosi  sulla  scorta  di  controverse  tradizioni letterarie e l’entroterra dell’Etruria settentrionale.  Sulla  base delle  ricerche  recenti  che  si  integrano  a  quanto  già evidenziato  con  altri  precedenti  ritrovamenti  la  facies  culturale  di  V  secolo  penetra lungo  la direttrice  fluviale  dell’Arno,  fino ai confini dell’agro fiesolano. Tutta una serie di ulteriori elementi confermano rapporti tra il territorio pisano – che sembra comprendere  l’area del Valdarno da  S. Miniato alla foce del  fiume  e  il  litorale  tirrenico  da  Castiglioncello a Camaiore  e l’area padana.

Ario Locci

Marzo 2010

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