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SOLO QUESTIONE DI STILE?

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QUESTIONE DI STILE

“…….. Io amo appassionatamente la mia Patria, ma non odio alcun’altra nazione. La civiltà, la ricchezza, la potenza, la gloria sono diverse nelle diverse nazioni; ma in tutte havvi anima obbediente alla grande vocazione dell’uomo, di amare e compiangere e giovare….. ” (Silvio Pellico – Le mie prigioni – Capo XCVIII).

Mi è capitato tra le mani il libro di Pellico, così mi sono messo a leggere un testo che non ha fatto parte delle mie letture scolastiche e giovanili. Una gradevole scoperta, un libro pieno di umanità e di riflessioni mai particolarmente cattive nei confronti dei carcerieri, o di coloro che la pensavano in modo diverso dall’autore.  nonostante le sofferenze fisiche di “un carcere duro”, la fede e la speranza sono spesso messe in discussione, ma mai abbandonate; con forza traspare  la volontà di sopportare con dignità e coerenza la sorte, conseguenza di profonde convinzioni politiche.

Mentre leggevo, mi venivano da fare paragoni con il nostro attuale momento politico istituzionale, e sull’etica che contraddistingue il comportamento di troppi dei nostri politici. Stento a ritrovare nel dibattito dei nostri giorni, tematiche di interesse generale, finalizzate alla risoluzione dei gravi problemi che affliggono il Paese.

Anzi si assiste, a giorni alterni, a minacce sull’unità nazionale, mettendo cittadini del nord contro quelli del sud, e dimenticando che i nostri avi hanno pagato un pesante tributo per l’unità d’Italia e per l’identità nazionale.

Non sarebbe forse arrivato il momento di smettere di alimentare un clima di scontro pregiudiziale tra schieramenti, e riportare il confronto sulla politica e sulle cose da fare?  per quanto tempo siamo ancora disponibili ad accettare personaggi impresentabili, di modestissimo livello politico e culturale, che ricoprono cariche importanti, solo per il fatto di essere portavoci e sudditi fedeli di un sistema autoreferenziale ed asfittico.

Non sarebbe male, ogni tanto, riflettere sull’operato di tanti statisti che hanno reso possibile l’Unità d’Italia, e lottato per affermare e consolidare la libertà e la democrazia nel nostro paese. Scopriremmo ideali e comportamenti morali inappuntabili, nella gestione “degli interessi pubbici”.

L’onestà e la morale, secondo me, non possono essere considerate variabili, che cambiano con il cambiare della società.

Ario Locci

Agosto 2010

GLI ETRUSCHI ED IL MARE

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Gli Etruschi ed il mare

I Greci chiamavano gli Etruschi “Tirreni”, in ricordo di quel Tirreno che si diceva fosse il condottiero che, dalla lontana Lidia – oggi Turchia –, aveva portato nelle coste d’Italia il popolo che aveva dato origine agli Etruschi. Una migrazione via mare – sicuramente mai avvenuta almeno nei termini in cui ce la tramanda lo storico greco Erodoto – elemento che comunque assai precocemente si pone in stretta relazione con questa antica civiltà dell’Italia antica.

Anche lo storico romano Tito Livio ribadisce che la potenza degli Etruschi prima del dominio di Roma era assai estesa, per terra e per mare. I nomi attribuiti al mare superiore e al mare inferiore che circondano l’Italia come un’isola possono costituirne una prova, per quel che può valere. I popoli d’Italia chiamarono infatti un mare Etrusco, dalla comune denominazione di quel popolo, l’altro Adriatico, da Adria,  colonia degli Etruschi. I greci li chiamarono Tirreno e Adriatico.

Nella fase più antica della civiltà etrusca, compresa fra il IX e l’inizio del V secolo a.C., i centri etruschi raggiunsero livelli d’attività produttiva, di espansione commerciale e politica tra i più progrediti del bacino del Mediterraneo, entrando in concorrenza con i Fenici e i Greci nel controllo delle grandi vie marittime. Uno degli elementi essenziali correlati al quadro generale dello sviluppo è da riconoscere nella situazione privilegiata in cui si trovava l’Etruria per la presenza di grandi risorse minerarie. Metalli come il rame, il ferro e l’argento e altri minerali come l’allume, essenziali per il progresso delle tecnologie produttive in campo militare ed agrario, abbondano nei giacimenti dell’isola d’Elba, nelle colline metallifere a nord di Vetulonia e in altre località come i Monti della Tolfa nel territorio di Cerveteri. All’approvvigionamento di queste materie prime e al controllo, diretto o indiretto, delle loro fonti di estrazione va certamente attribuito l’interesse dei naviganti Fenici e Greci verso la parte occidentale del mare Mediterraneo e in particolare verso le coste del medio Tirreno, dove intorno al 770 a.C. viene fondata nell’isola di Ischia la prima colonia greca da Greci dell’Eubea.

I contatti tra Etruschi ed Euboici avviano una rete di scambi sempre più fitta che reca alle genti italiche della prima età del ferro non solo merci di lusso ma anche tecnologie nuove relative sia all’ambito agricolo (l’introduzione della coltura della vite avviene nel corso dell’VIII secolo, quella dell’olivo nel secolo successivo) sia alla produzione di beni materiali con l’arrivo di artigiani specializzati nella lavorazione della ceramica (l’uso del tornio del vasaio è introdotto nel corso dell’VIII secolo) e di materiali preziosi come l’avorio e l’oro.

La vicinanza al mare dei principali centri etruschi d’età arcaica, da Populonia a Cerveteri  è indice dello spiccato interesse di questo popolo ad un coinvolgimento effettivo nella dinamica egli scambi commerciali. Già all’età del Ferro (IX-VIII sec. a.C.) risale la tradizione letteraria della «talassocrazia» (dominio del mare) etrusca. Secondo il greco Eforo di Cuma pirati «tirreni» infestavano le acque della Sicilia al momento della fondazione delle più antiche colonie greche dell’isola già alla fine deII’VIII secolo. In quest’epoca così antica le azioni di pirateria rientravano in una prassi peculiare delle società aristocratiche e si confondevano in parte con il commercio: l’attività commerciale si svolgeva attraverso «guerre di corsa», razzie originate da capi aristocratici con funzioni “imprenditoriali” piuttosto che mediante spedizioni organizzate da mercanti.

La forma stessa delle navi etrusche, spesso raffigurate nelle ceramiche testimonia la duplice funzione svolta dalla navigazione etrusca: si tratta di imbarcazioni mercantili con scafo rotondo e spazioso, fornito a prua di uno sperone per l’attacco.

Alla fine del VII secolo a.C., quando si definiscono nelle linee generali le strutture urbane delle principali città etrusche, l’organizzazione degli scambi commerciali tende a divenire sistematica, II fenomeno è evidente nell’Etruria meridionale marittima, dove nei porti di Pyrgi, Gravisca e Regisvilla, dipendenti rispettivamente dai centri di Cerveteri, Tarquinia e Vulci, nascono strutture stabili di natura commerciale

Nella dinamica degli scambi di quest’epoca (fine VII-VI sec. a.C.) il ruolo determinante, anche come intermediari, è svolto dai mercanti della Grecia orientale, provenienti dai centri costieri dell’Asia minore (Samo, Mileto, Focea). Mercanzie preziose, ceramiche decorate da mensa di fabbriche diverse (di Corinto e della Grecia dell’Est fino a 550 a.C., di Atene dalla seconda metà del secolo fino all’inizio di quello successivo), anfore per il trasporto di vino e di olio e altri materiali deperibili (stoffe, profumi) giungono ai lidi tirrenici.

Come in passato, maestranze specializzate straniere si immettono nella produzione artigianale etrusca, influenzandone in modo grande ogni settore, dalle ceramiche agli affreschi parietali, alle terrecotte architettoniche. L’aspetto esteriore delle città etrusche tende ad apparire quello di polis greca.

Nel fervore degli scambi che in quest’epoca si manifesta nel bacino centrale del Tirreno, il movimento mercantile in partenza dall’Etruria si indirizza in prevalenza verso le coste della Francia meridionale. In questa regione, anch’essa ricca di metalli (stagno), occupata da insediamenti celtici e liguri , ove i Greci di Focena intorno a 600 a.C. avevano fondato la colonia di Marsiglia, era esportato il vino etrusco, la cui produzione si era sviluppata nei territori meridionali, insieme al vasellame di bronzo, ai pregiati buccheri e alla ceramica etrusca d’imitazione corinzia.

I relitti di navi naufragate, rinvenuti su questa stessa costa, rivelano carichi di anfore vinarie etrusche — le più antiche delle quali imitano quelle fenicie – insieme alle ceramiche fabbricate in Etruria. Gli stessi materiali si diffondono contemporaneamente nel meridione, nel Lazio, in Campania e in Sicilia.

Sul finire dell’età arcaica il controllo delle rotte tirreniche da parte degli Etruschi viene meno a causa della crescita di Cartagine e, successivamente, in Sicilia della potenza di Siracusa.

Nel 474 a.C. la sconfitta inflitta da quest’ultima alle navi etrusche nelle acque di Cuma comportò una battuta d’arresto per i traffici nel Tirreno meridionale, anche se il distretto minerario dell’isola d’Elba continuò ad essere oggetto d’interesse da parte dei Greci. Non è certo un caso se l’emissione delle prime monete etrusche si deve a Populonia a partire dalla seconda metà del V secolo

GLI ETRUSCHI DELLA COSTA

L’area costiera, da Massa a Grosseto è un punto privilegiato per costatare quanto gli Etruschi andarono modificando il loro rapporto con l’ambiente e la loro organizzazione sociale venendo a contatto con la civiltà greca, lasciando testimonianze ancora oggi tangibili, che la cura di tante amministrazioni comunali ha conservato in maniera esemplare e offerto alla fruizione del grande flusso turistico che oggi costituisce per questo vasto comprensorio una grandissima risorsa culturale ed economica.

Nel corso dell’VIII e VII sec. l’area centro-etrusca aveva conosciuto uno sviluppo notevole: ricca di quelle miniere che costituivano fonti essenziali di approvvigionamento per i coloni greci, si avviò assai rapidamente verso un’organizzazione di tipo urbano lungo la fascia costiera ed a un genere di popolamento sparso nelle aree interne.  Così incontriamo grandi centri primari quali Vetulonia e Populonia (già documentati dal IX sec. a.C. da necropoli ad incinerazione) e piccoli insediamenti sulla costa tirrenica come Pescia Romana od Orbetello, Poggio Buco e Sovana, Magliano, Marsiliana e Saturnia che sembrano formarsi in epoca appena posteriore (fine dell’VIII sec. a.C.). In quest’area già negli ultimi decenni dell’VIII  sec.  la società sembra trasformarsi: oggetti preziosi rinvenuti in tombe ricchissime di Marsiliana e Vetulonia, provenienti dall’Oriente o imitati in ambiente etrusco sembrano arrivare qua tramite i commercianti greci che avevano stabilito fondachi ad Ischia e Cuma in Campania e che ricevevano in cambio quantità notevoli di minerali allo stato grezzo. Nelle fonderie dei coloni greci  di  Pithecusa (Ischia)  si  sono  rinvenute scorie di fusione di minerale di ferro (ematite) proveniente dall’Elba.

Vetulonia e Populonia  sono i centri dove prevale l’attività estrattiva  e  metallurgica  e  che  sembrano  proiettati, specialmente  la  seconda,  verso  i  commerci  marittimi.

Anche a Populonia durante il primo periodo orientalizzante sono evidenti trasformazioni dell’assetto sociale, nonostante   la  città  sembri  mostrare  un  certo  conservatorismo con una netta distinzione tra un ceto aristocratico (a cui appartengono le grandi tombe monumentali della necropoli  di S.Cerbone a Baratti) e una classe subalterna. Una situazione simile sembra riflettersi sul territorio dove sono dislocate tombe monumentali a Bibbona, Bolgheri,  Casaglia. e  Casale  Marittimo, destinate a quei capi che dominavano i territori lungo la strada per Volterra.

Intorno al VI sec. l’area del territorio grossetano sembra spopolarsi: i centri di Sovana, Poggio Buco, Marsiliana e Magliano sono abbandonati forse a seguito di lotte con Vulci. Di questa condizione sembrano trarre vantaggio Roselle e Vulci stessa dove assistiamo ad un fenomeno di vero e proprio inurbamento delle masse rurali.  Solo con la conquista romana del III sec. a.C. si rivitalizzerà quest’area dal punto di vista   agricolo in piccoli centri come Ghiaccio Forte (Scansano) o nelle colonie romane di Cosa e Saturnia.

Populonia e Vetulonia durante  il  IV ed il III secolo si erano fortificate, probabilmente minacciate dalle spedizioni degli eserciti e delle navi di Siracusa che si accaniva contro  i  porti  minerari  etruschi.  E’ in questo periodo che a Populonia le attività industriali legate alla raffinazione del ferro Elbano comportano un notevole ampliamento demografico.  La  città  entrata  nell’orbita  romana  come città federata già dal III sec. a.C. si garantì una sopravvivenza fino al periodo del tardo impero.

Ma la città di gran lunga più potente e dotata del territorio  dipendente  più vasto  fra quello  di  tutte  le città etrusche settentrionali fu  certamente  Volterra, posta su un colle che dominava le tre valli dei fiumi Cecina, Era  ed Elsa.  Formatasi come agglomerato urbano già alla fine dell’VIII sec. rimase fortemente in ombra durante il periodo orientalizzante ed arcaico (V1I-V sec. a.C.).

Fu dal IV sec. e fino a tutto il II che la città visse il periodo del suo massimo rigoglio fondato essenzialmente su una base agricola largamente produttiva. La Val d’Elsa con i centri rurali di Casole, Monteriggioni, Colle Val d’Elsa, S. Gimignano, Barberino, quella del Cecina con Pastina, Vada e Castiglioncello e l’alta Val d’Era con Terricciola e Morrona costituiscono un comprensorio in cui è evidente l’impronta culturale e sicuramente anche politica di Volterra.

Un caso a parte è la bassa Val d’Era, dove gli interessi volterrani sembrano venire a contatto con quelli di un centro finora poco conosciuto ma che recenti ricerche hanno contribuito a collocare con maggior precisione nel novero delle più importanti città etrusche: Pisa.

I recentissimi scavi in Piazza del Duomo, a due passi dalla Torre Pendente, e lo straordinario rinvenimento delle navi romane hanno rivelato una stratificazione archeologica d’eccezionale interesse che conferma  che Pisa era una città  etrusca  e  non  ligure  come  veniva considerata da taluni  studiosi  sulla  scorta  di  controverse  tradizioni letterarie e l’entroterra dell’Etruria settentrionale.  Sulla  base delle  ricerche  recenti  che  si  integrano  a  quanto  già evidenziato  con  altri  precedenti  ritrovamenti  la  facies  culturale  di  V  secolo  penetra lungo  la direttrice  fluviale  dell’Arno,  fino ai confini dell’agro fiesolano. Tutta una serie di ulteriori elementi confermano rapporti tra il territorio pisano – che sembra comprendere  l’area del Valdarno da  S. Miniato alla foce del  fiume  e  il  litorale  tirrenico  da  Castiglioncello a Camaiore  e l’area padana.

Ario Locci

Marzo 2010

SCHEDA CIVILTA’ ETRUSCA

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SCHEDA CIVILTA’ DEGLI  Etruschi

INTRODUZIONE  STORICA

 Sulla provenienza del popolo Etrusco non si hanno informazioni complete e certe.  Nell’antichità Greca e Romana ci si  basava principalmente sulla ricostruzione effettuata da Erodoto che faceva discendere l’origine e la nascita degli Etruschi  da una migrazione dall’Oriente (Lidia – attuale Turchia) a seguito di una carestia avvenuta poco dopo la distruzione di Troia, migrazione guidata dal grande condottiero Tirreno.

Le fonti storiche sulle origini degli Etruschi, seppur con qualche variabile, risultano sostanzialmente riconducibili a tre diverse ipotesi: provenienza orientale, tesi dell’autoctonia e provenienza da settentrione.

Recenti e continui progressi della ricerca archeologica hanno portato alla conclusione che non vi è un netto contrasto per esempio tra la teoria dell’origine autoctona e quella orientale.

In ogni caso, nessuna delle teorie antiche, anche nelle rielaborazioni operate dagli studiosi moderni, ha trovato pieno conforto scientifico nelle evidenze archeologiche.

Di certo esiste il fatto che gli Etruschi non sono documentati, come tali, in nessun’altra parte del mondo, che non sia l’Etruria, ambito geografico compreso essenzialmente tra il mare Tirreno ed i fiumi Arno e Tevere.

Quindi è poco probabile una “migrazione come popolo”, mentre è molto più logico impostare il problema delle “origini Etrusche” non sulla provenienza ma sul processo graduale di evoluzione, trasformazione, integrazione di elementi diversi di natura etnica, culturale, linguistica, che hanno trovato, nell’Etruria  condizioni favorevoli.

L’ambiente naturale di questa terra, ricco e variegato, attraversato da fiumi, con pianure fertili e colline boscate, bagnata da un mare ricco di pesce e straordinaria via di comunicazione per i commerci marittimi, sono lo scenario nel quale la civiltà Etrusca si sviluppò, proliferò e si spense, tra il IX  ed il I secolo a.C..

Le più antiche menzioni di quelli che i greci chiamavano “Tirreni”, riguarda l’azione di disturbo che questi producevano, a far data dal VIII secolo a.C., nei confronti delle prime colonie greche dislocate in Sicilia. Gli Etruschi erano considerati i meglio organizzati ed i più intraprendenti di tutti i popoli che abitavano la fascia costiera tirrenica; ci si poteva approvvigionare di metalli di cui essi largamente disponevano, entrando in rapporti commerciali con una popolazione “affidabile” e dedita anche al commercio.

L’archeologia ci rivela che al momento dell’arrivo dei greci sul Tirreno, tutti i siti in cui avranno sede le grandi città dell’Etruria storica, Veio, Cere, Tarquinia, Vulci, Vetulonia, Populonia, Volsinii, Volterra, erano già occupati da nuclei di villaggi strutturati in embrionali “sistemi organici”, in via di progressiva concentrazione ed unificazione. Questi villaggi, nati all’inizio dell’età del ferro (IX secolo a.C.), a seguito di una riorganizzazione del territorio e del ripopolamento, caratterizzato dall’abbandono dei vecchi abitati preistorici della tarda età del bronzo, verso siti più adatti all’agricoltura, allo sfruttamento delle miniere, agli scambi ed all’economia del mare.

In termini convenzionali questo periodo viene chiamato villanoviano (nome derivato dalla località bolognese di Villanova ove si scoprirono le prime tracce di questa cultura) e riguardò principalmente l’area geografica della futura Etruria (dal Tevere all’Arno), più le zone d’espansione corrispondenti all’Emilia orientale da una parte, e dall’altra alla Campania intorno a Capua e nel salernitano da Pontecagnano fino al Vallo di Diano. In questo processo di riorganizzazione possiamo ritrovare gli elementi istitutivi della nascita della “nazione Etrusca”. E’ con la “cultura villanoviana”, che nel IX secolo a. C. ebbe inizio la storia Etrusca.

La documentazione archeologica, quasi esclusivamente proveniente dalle necropoli, evidenzia come i villaggi “villanoviani” appaiono organizzati con caratteri di stabilità ed in forma di società indifferenziate, con un economia di sussistenza basata sull’utilizzo comune delle risorse dell’agricoltura e dell’allevamento, integrata da modeste attività artigianali di tipo domestico.

Principalmente nei villaggi delle fasce costiere, con inizio  nell’VIII secolo a.C., per iniziativa di alcuni singoli, questa struttura economica ugualitaria inizia a modificarsi,  con i primi tentativi di accumulare ricchezza a proprio vantaggio. Di particolare rilievo l’occupazione del suolo e gli scambi commerciali via mare. Questo processo lento ma ormai irreversibile, contribuirà ad aumentare le differenziazioni sociali. Iniziano ad affermarsi gruppi “elitari”, che disponendo di mezzi sempre più cospicui, talvolta ottenuti con la forza, con guerre ed attività di conquista, finirono con il trasformarsi in “ceto dominante”, divenendo protagonisti del commercio con i Greci e le altre popolazioni. Questo processo porterà alla nascita delle aristocrazie e all’affermarsi della civiltà urbana.

Alla fine dell’VIII secolo a.C. e per tutto il secolo successivo, si diffuse in Etruria la “civiltà orientalizzante”, che interessa principalmente il ceto aristocratico emergente, determinando un generale mutamento del gusto e del costume. Siamo in presenza di sovrabbondanza di produzione agricola e mineraria, di aumento dei commerci e dei traffici, di maggiori  ricchezze, determinando uno stile di vita decisamente lussuoso per le classi agiate. Inizia il consumo di prodotti importati, vino e profumi dalla Grecia, vasi e gioielli che i mercanti fenici portavano loro dall’Egitto, dalla Siria, dai paesi Mediorientali. Questi ricchi oggetti venivano imitati nelle botteghe artigiane locali, determinando produzioni di grande pregio che venivano, a loro volta, esportate nell’Europa Centrale ed Occidentale  Queste trasformazioni portarono a nuove esigenze, per soddisfare le quali, così come per superare la conflittualità più o meno latente delle famiglie aristocratiche, in gara tra loro, portarono alla nascita di nuove forme di aggregazione urbana, sulla base del modello del mondo greco.

Nella seconda metà del VII secolo a. C. permanevano si piccolo abitati sparsi e “secondari”, quasi sempre dominati da potenti nuclei di famiglie gentilizie, ma presero forza luoghi ove la vita in comune, gli antichi villaggi, si andavano trasformando in vere e proprie città. Cere (l’odierna Cerveteri), Veio, Tarquinia, Vulci, Vetulonia, Populonia, Roselle, Volsinii, Volterra, Fiesole, Chiusi, Cortona,  Arezzo, Perugia. Sul finire del VII secolo a.C., le città dell’Etruria, prime tra tutte quelle meridionali divennero, per oltre un secolo e mezzo, tra le protagoniste della storia del Mediterraneo. La vitalità e il dinamismo si orientò in un accentuato sviluppo delle attività produttive che, non più limitate a soddisfare la richiesta interna, pure crescente, vennero destinate in misura notevole ai mercato esterni. Si esporta di tutto, vino ed olio, ma anche ceramiche con i vasi etrusco-corinzi ed i buccheri, proposti anche in sostituzione dei vasi greci di metallo dei quali ripetevano le forme e l’aspetto esteriore. La fase di  prepotente sviluppo dell’esportazione, determinò risvolti nell’organizzazione sociale, politica ed istituzionale delle città. Lo sviluppo ed il controllo delle attività produttive e commerciali, furono progressivamente sottratte al ceto aristocratico e organizzate in forme e strutture comunitarie. In particolare si crearono appositi centri di scambio o “porti franchi” secondo il modello degli “empori greci”, fuori ma non lontano dalle città. Ciò determinò la nascita di un nuovo ceto basato sul censo, originato dalle attività imprenditoriali e mercantili e variamente integrato da elementi provenienti dall’esterno delle stesse città. Nasce e si sviluppa così una “classe media”, che diviene l’anima della popolazione urbana e che molte volte condizionerà la vecchia classe dirigente. Le città assumono la fisionomia di vere e proprie “città stato”, sul modello della polis greca, ognuna a capo di un esteso territorio, dopo avere smantellato le strutture decentrate dei piccoli potentati locali ottenendo anche, come risultato, un parziale  spopolamento delle campagne. Queste città rimangono indipendenti l’una dall’altra, anche se costituiranno una sorta di confederazione (Lega), con compiti quasi esclusivamente di carattere religioso.

Il prodigioso periodo di sviluppo non poteva durare a lungo a causa della fragilità del sistema di queste città, che continuavano ad operare ognuna per proprio conto, senza un minimo di coordinamento, ed in presenza di pesanti minacce esterne. Inizia una fase di declino che, pur con alterne vicende, si rivelerà inarrestabile. Alla fine del V secolo a.C.  gravi pericoli si posero per il mondo Etrusco: uno a Nord con la pressione delle tribù celtiche, mentre a Sud l’espansionismo di Roma minacciava l’intera Etruria.  Nel IV secolo a.C. ed in quelli successivi si consuma la capitolazione delle principali città etrusche ed il loro ingresso forzato nell’alleanza con Roma, che  dà inizio al periodo che si definisce dell’Etruria “federata”.

La federazione tra Roma e le città Etrusche fa parte del complesso sistema che lega Roma con la maggior parte delle comunità e dei popoli conquistati, con rapporti e vincoli d’alleanza che non erano reciproci tra le diverse componenti, ma erano bilaterali tra ognuna di queste città e Roma stessa. La storia dell’Etruria diviene quindi un piccolo spaccato di un mondo più vasto che era quello dell’Italia, via via sottomessa e progressivamente unificato da Roma. A fondamento di questo nuovo ordine imposto da Roma, l’Etruria doveva sottostare ai vincoli federali derivanti dai trattati. Questi ebbero, a seconda dei casi, clausole speciali e diverse, particolarmente dure per quelle città che si erano opposte a Roma.  I trattati imponevano a tutte le città di rinunciare a qualsiasi iniziativa politica autonoma, di riconoscere come propri gli amici e gli alleati di Roma, ed  i suoi nemici; di fornire alla stessa Roma gli aiuti ogni qual volta ne facesse richiesta, specialmente in occasioni di guerre, di coordinare con gli interessi romani ogni loro attività, anche di natura produttiva e commerciale; di garantire il mantenimento dei propri ordinamenti istituzionali fondati sul potere delle oligarchie aristocratiche, di accettare (o richiedere) l’intervento di Roma in caso di gravi turbamenti sociali o di conflitti interni.

Rispettando queste pesanti condizioni di sovranità limitata, il sistema federativo romano consentiva alle singole città di vivere la loro vita locale, sostanzialmente libera e autonoma, secondo i principi e le usanze della tradizione, di mantenere le proprie leggi, la propria lingua e la propria religione.

Negli ultimi due secoli di cui si può ancora parlare di Etruria (II e I a.C.), le città federate si inseriscono nel circuito commerciale romano ed imitano i modelli artigianali ed artistici della capitale. Con la concessione poi del diritto di cittadinanza romana (Lex Iulia del 90 a.C), gli Etruschi poterono giovarsi di questa concessione, che fu accolta con sostanziale favore.  Ormai tutte le città Etrusche, come tutti i municipi erano romani e giuravano fedeltà.

La realtà storica degli etruschi veniva geograficamente consacrata, per la prima volta in senso unitario, come una delle Regioni in cui la stessa Italia venne suddivisa da Augusto: la Regione VII, alla quale toccò di perpetuare, fino alla fine del mondo antico, il nome glorioso dell’Etruria.

LE CITTA’

Poco sappiamo delle città Etrusche e per capirne le caratteristiche  dobbiamo ricorrere agli scavi archeologici delle città morte.  Malgrado gli sforzi della ricerca iniziata in questo secolo, con quanto scoperto e rinvenuto non è stato possibile ricostruire un profilo sufficiente di queste città.

Qualche traccia ci resta a Marzabotto, dove sono visibili alcuni elementi della rete stradale e dei quartieri. Della planimetria delle città ci restano poi alcune testimonianze scritte da autori antichi, i quali ci fanno pensare che, al contrario di quanto avveniva in Grecia, dove il centro della città era l’agorà, la piazza del ritrovo e del commercio, la città Etrusca gravitasse attorno al tempio, e che la disposizione degli edifici fosse stabilita da norme sacre. Eccezionale é l’interesse delle tombe, perchè dalla pianta e dalle decorazioni possiamo avere un’idea di com’erano fatte le case etrusche. Infatti, la tomba era costruita a somiglianza della casa. Diffuso l’uso di scolpire nel tufo, all’interno, le suppellettili domestiche, per esempio nella tomba di Cerveteri (dell’Alcova, dei Rilievi) sono scolpiti letti, sedie e poltrone. Sulle pareti poi sono dipinti altri oggetti, piante e animali, per rendere più completa la somiglianza tra la tomba e la casa. Anche le urne cinerarie sono modellate a forma di casa e ci danno un’idea di come fossero all’esterno le case.

Ci restano soltanto le necropoli, i cimiteri. Necropoli a volte vastissime e organizzate con un certo ordine e misura che ci mostrano, proprio in questa loro grandezza ed ordinato svolgersi, un vero e proprio culto che gli Etruschi dedicavano all’aldilà; al mondo dei morti.

  

LA RELIGIONE

 Alla base della Religione etrusca l’idea che la natura dipendesse strettamente dalla divinità. Ogni fenomeno naturale era un segnale che la divinità inviava all’uomo; quest’ultimo doveva interpretarlo, scoprirne il significato, adeguarsi ad esso. Ogni fenomeno naturale era  espressione della volontà divina e l’uomo doveva adeguarsi a questa volontà.

Tutto il resto era conseguenza di questo principio, a cominciare dalla concezione delle stesse divinità. La divinità, nel suo fondamento iniziale, era misteriosa e coincideva con le forze che stavano sopra la natura. Si trattava di esseri soprannaturali, vaghi ed incerti nel numero, nel sesso, nelle attribuzioni e nelle apparenze. A questa concezione primitiva si innestò e si sovrappose l’influenza di altre religioni, principalmente quella Greca che condusse alla graduale individuazione delle divinità e dei miti.

L’uomo era completamente impotente di fronte al volere divino ed il rapporto si traduceva in un monologo della divinità, al quale l’uomo, privato della possibilità di agire autonomamente, rispondeva con la ricerca della volontà divina e della scrupolosa osservanza di questa.

Si trattava allora di interpretare i segni di questa volontà divina, per esempio i fulmini, la lettura delle viscere di animali, o altri  fenomeni geofisici, attraverso un “codice” interpretativo che stabilisse la collera o la soddisfazione, il tutto mediato da persone particolarmente esperte che si ponevano come intermediari tra il mondo degli Dei e quello degli uomini. Nell’insieme delle operazioni che riguardavano, volta per volta, i momenti del riconoscimento, dell’interpretazione e del rispetto dei “segni”, si traduceva la pratica religiosa. La Religione quindi era un susseguirsi di atti e formalità ritualistiche, osservate scrupolosamente e minuziosamente compiute. L’intensità della partecipazione a questi riti ha colpito gli antichi che hanno parlato degli Etruschi come di un popolo religiosissimo, dedito alle pratiche religiose.

La ritualità della pratica religiosa necessitavano di “Sacre Scritture”(Etrusca Disciplina), che non ci sono giunte, se non per brani trascritti dagli autori latini che le suddividevano in libri Aruspicini (interpretazione delle viscere degli animali), Fulgurales (dottrina dei fulmini) e Rituales (norme di comportamento sia in pubblico che in privato). Depositaria, responsabile ed esperta della letteratura Sacra era la casta sacerdotale di ceto aristocratico. A garanzia dell’ortodossia e della continuità del sapere, l’attività di sacerdote si tramandava di padre in figlio.

I luoghi ove si svolgevano i riti religiosi dovevano essere circoscritti, delimitati e consacrati, i tempi regolati dalla successione cronologica delle feste e delle cerimonie previste ed elencate nei calendari sacri, i modi rispettati fin nei minimi particolari. Nelle funzioni trovavano ampio spazio la musica e la danza, le preghiere potevano essere d’espiazione, di ringraziamento o d’invocazione. I sacrifici riguardavano a seconda delle circostanze particolari categorie di animali (bovini, ovini, suini, volatili), mentre le offerte comprendevano prodotti della terra, vino, focacce, altri cibi preparati. Particolarmente diffusa era l’usanza dei doni votivi e non mancavano le “riproduzioni” di offerte che sostituivano quelle reali (es. animali, statue, modellini di templi ecc..).

Tra le pratiche di carattere religioso, un posto particolare occupavano quelle che avevano come destinatari i defunti, il culto dei morti. Nei primi tempi esse erano legate alla concezione (comune alle altre civiltà del Mediterraneo) della continuazione, dopo la morte, di una speciale “attività vitale” del defunto che avesse luogo nella tomba e fosse congiunta alle spoglie mortali. I familiari erano quindi tenuti ad agevolare e prolungare la “sopravvivenza del defunto” garantendo una tomba che sarebbe poi diventata la casa dello scomparso, un corredo di abiti e di ornamenti ed una scorta di cibo e di bevande di cui egli si sarebbe servito, simbolicamente o magicamente anche soltanto come visione. Il resto era arricchimento e dipendeva dallo status sociale della famiglia del defunto.

Quanto alla pratica propria dei funerali, essa andava dall’esposizione del cadavere al compianto pubblico, al corteo funebre, al banchetto davanti la tomba. Tutte queste pratiche, insieme alle cerimonie ed ai riti che dovevano essere compiuti in onore di divinità connesse con la sfera funeraria, facevano parte di un autentico “culto dei morti”.

La situazione cambiò nel tempo, principalmente nel corso del V secolo a.C., a seguito della suggestione proveniente dal mondo Greco. Alla primitiva fede nella sopravvivenza del morto nella tomba, si sostituì l’idea di uno “speciale regno dei morti”. Le ombre dei morti andavano a finire in questo mondo, con un lungo viaggio (discesa agli inferi), ed il loro destino era quello di un soggiorno senza fine, che poteva prevedere anche la felicità nell’aldilà.  Questa nuova concezione fece affermare il “culto degli antenati” che finirono per divenire le divinità della famiglia  e della casa. La tomba “di famiglia” diventava il monumento sacrario della stirpe e della sua storia.

Il regno dei morti.   L’opinione della grande religiosità degli Etruschi, si conferma indirettamente nell’importanza, specie a partire dal periodo orientalizzante, dell’architettura tombale e dei corredi ad essa associati. Nonostante la persistenza di pratiche incineratrici, retaggio dell’età del ferro, che inizialmente standardizzano e appiattiscono l’individualità dei defunti, la concezione funeraria etrusca  predominante con il tempo, comporta un significato di liberazione dai vincoli terreni per dirigersi in un mondo etereo e celeste, proprio della cremazione, ma testimonia soprattutto la continuazione di un legame tra il defunto e la realtà terrena.  Questa è sia amplificata ed idealizzata dalla preziosità dei corredi e dalla monumentalità  delle strutture tombali, sia mostrata (specie a Caere) nella realtà quotidiana. Lo stesso rito incineratore si adeguerà, con la realizzazione di urne sempre più elaborate ed antropomorfizzate. Dalle orientalizzanti tombe a tumulo principesche di Populonia Vetulonia e Fiesole, o alle ricche e monumentali necropoli ceretane e tarquinesi, ricaviamo documenti della cultura materiale degli Etruschi, dell’architettura privata, e scene di raffinatezza simposiaca e di usi folcloristici. Agli inizi del IV secolo a.C., iniziano a far la loro comparsa evocazioni meno terrene, legate all’oltretomba con i propri colori cupi ed immagini demoniache terrificanti (es. tombe dell’Orco a Tarquinia).

L’ARTE

L’arte Etrusca nasce principalmente dalla vita quotidiana e rimane collegata al soddisfacimento di  queste esigenze. Sia la struttura sociale che le concezioni religiose e funerarie determinarono la nascita di un’arte dalle caratteristiche di tipo artigianale, salvo rare eccezioni. Per l’arte Etrusca non si può parlare di finalità estetiche o di arte fine a sé stessa, ma dell’opera di individui che rispondono alle esigenze della quotidianità. Raramente ci troviamo di fronte a manifestazioni che  potrebbero definirsi di “grande arte”, sviluppate da individualità o da scuole ben definite e caratterizzate come tali.

Il condizionamento dell’arte greca fu presente nella maggior parte dei temi, dei tipi, degli schemi compositivi e dei canoni stilistici.. Una volta superata la fase legata alle tradizioni di origine preistorica o alle suggestioni ornamentali del periodo “orientalizzante”, dalla fine del VII secolo a quasi tutto il I secolo a.C.  si ripetono i prototipi dell’arte greca.

Vi furono però anche tendenze espressive più legate alla civiltà Etrusca ed alla vita quotidiana che relegarono in secondo piano certe forme di espressione artistica come l’architettura o la statuaria e privilegiarono altre come l’arte della creta, la bronzistica, la ceramica, l’oreficeria, la toreutica, con notevoli successi anche sul piano formale.

 

L’architettura, fatta eccezione per le mura di fortificazione, si sviluppò essenzialmente nella tipologia edilizia della casa; l’abitazione domestica (la casa dell’uomo), il tempio (la casa delle divinità), la tomba (la casa dei morti). Sono infatti queste tre tipologie, i soli esempi d’architettura giunti fino a noi. Inoltre sia per le abitazioni domestiche che per i templi rimangono solo i resti di muri di fondazione o parti basamentali che ci permettono di ricostruire solo le piante degli edifici. L’uso di materiali leggeri nella costruzione quali il legno ed i mattoni crudi, il tufo vulcanico il travertino e l’arenaria hanno determinato poca resistenza alle intemperie dei secoli. Una ricca documentazione invece è rimasta delle tombe, per via delle finalità stesse di queste, che dovevano durare e per la dimora perpetua dei defunti e come memoria perenne delle famiglie. Da qui l’uso di scavarle sottoterra, di costruirle interamente in pietra, o di ricavarle intagliando pareti rocciose. L’architettura giunta fino a noi è quasi esclusivamente funeraria.

La scultura rappresenta una delle produzioni artistiche più importanti della civiltà  Etrusca, anche se siamo in assenza di un autentico senso scultoreo.  Fu essenzialmente il frutto del lavoro di artigiani che si dedicarono, in particolar modo, alla modellazione della creta, sia che le loro opere fossero destinate a divenire terrecotte attraverso un procedimento di cottura, sia che esse dovessero essere poi fuse nel bronzo, passando dalla fase intermedia della cera. Altro materiale usato è rappresentato dalla pietra, per scolpire statue, ma principalmente per intagliare sarcofaghi lapidei e innumerevoli urne cinerarie in travertino ed in alabastro. Gli Etruschi, per le loro attività, preferirono materiali leggeri, quali i tufi, le arenarie, gli albastri, pietre queste che si prestavano ad un trattamento facile ed immediato.

La pittura ebbe in Etruria connotazioni prevalentemente funerarie e tombali. Infatti la quasi totalità delle pitture giunteci, provengono dalle necropoli (Tarquinia, Veio, Chiusi, Cerveteri,Vulci, Orvieto, Populonia). Da ciò è possibile dedurre che anche la produzione pittorica rispondeva ad esigenze primarie che trascendevano, in partenza, dal puro fatto artistico.

Tra le produzioni artistiche più significative, quelle di piccole dimensioni, raggiungono livelli originali e si evidenziano tutte le caratteristiche che qualificano la produzione figurata degli Etruschi. La produzione di terrecotte e bronzi avevano quali finalità l’esteriorità decorativa a servizio delle esigenze devozionali. Ci furono poi la ricca produzione degli intagli in avorio ed in osso (principalmente nel periodo orientalizzante ed arcaico) e quello delle gemme incise sulle pietre dure, a rilievo negativo. Di particolare rilievo fu la produzione delle ceramiche, ed in particolare del bucchero, che diviene il prodotto caratterizzante degli Etruschi. Ma è nell’oreficeria che troviamo i prodotti più originali e riusciti dell’artigianato Etrusco, specialmente nel periodo tra la metà del secolo VII e la fine del VI a.C.

LA LINGUA E LA SCRITTURA

Uno degli aspetti meno conosciuti  del mondo Etrusco, è quello della lingua. Il problema non è relativo al valore fonetico da dare ai segni, in quanto questi sono essenzialmente le lettere dell’alfabeto di derivazione greca, ma alla comprensione del significato da dare alle parole. Della lingua infatti ignoriamo gran parte del vocabolario e soprattutto la struttura ed il modo di funzionare. Non abbiamo i testi di carattere letterario, andati completamente perduti e le testimonianze scritte della lingua etrusca si riducono  ai testi epigrafici che sono modesti per lunghezza e contenuto. A parte l’abbondanza dei nomi propri, di persone o di divinità, non abbiamo che piccole frasi e poche formule ripetute con un linguaggio stereotipo e con un repertorio lessicale circoscritto  essenzialmente ad alcuni aspetti del mondo religioso e di quello dei morti. Le iscrizioni etrusche più antiche finora ritrovate (Cerveteri e Tarquinia)  sono databili intorno al 700 a.C.; si può dedurre che gli Etruschi appresero l’alfabeto ed iniziarono a scrivere  nel corso del precedente secolo VIII a.C.. L’andamento della scrittura era sinistrorso, volto cioè da destra verso sinistra e tale rimase fino alla fine della vicenda storica degli Etruschi, mentre i Greci ed i Romani abbandonarono  presto tale modo di scrivere, passando all’andamento destrorso che è ancora quello dei nostri giorni.

Gli Etruschi, pare chiamassero sé stessi Rasenna.

  

ORIGINALITA’ ETRUSCA

L’aspetto somatico. Gli studi sui resti scheletrici, estremamente scarsi e quindi con valore statistico molto limitato, hanno evidenziato che, per quanto riguarda i crani, appartengono a tipi mediterranei molto diffusi e comprendenti varie tipologie che si riscontrano un po’ ovunque tra le popolazioni dell’Europa centro-meridionale. A partire dal IV secolo a.C. le rappresentazioni figurate Etrusche, sotto l’impulso della ritrattistica greca, mostrano maggiore attenzione ai tratti somatici dei personaggi,  per cui, scorrendo le figure dei sarcofaghi tarquiniesi o le urne d’alabastro di Volterra e di Chiusi, per citare esempi noti, vediamo che i volti non sono diversi da quelli degli attuali abitanti della Toscana, del Lazio, dell’Umbria. Non si ritrovano tracce di esotico nelle facce dei ricchi magistrati, delle matrone, dei commercianti o dei benestanti contadini. Anche nelle più antiche rappresentazioni figurative etrusche, ad es. il sarcofago degli sposi di Villa Giulia o le steli del territorio volterrano, mostrano personaggi vestiti in modo orientale, ma questo viene interpretato come un fatto di stile, di moda, di modelli culturali e non di sostanza.

E’ possibile ipotizzare l’Etrusco- tipo di statura medio alta, circa m. 1,68 e la donna più bassa di circa cm. 10. Questa differenza è ancora oggi riscontrabile nelle attuali popolazioni dell’Etruria. Questo dato è stato ricavato dalla misurazione di alcuni scheletri ben conservati provenienti da Tarquinia e disposti nell’arco di tempo che va dal VII a II secolo a.C.. Gli antropologi definiscono questa differenza “dimorfismo sessuale” che non è presente nelle popolazioni orientali, che registrano una sostanziale uniformità delle strutture ossee maschili e femminili. Le donne Etrusche si dice che erano molto belle, gli uomini avevano corporature robuste con un buon sviluppo delle masse muscolari. La grassezza era considerata segno di benessere e di ricchezza, per cui gli Etruschi delle classi più agiate si facevano rappresentare, nei monumenti funebri, ben pasciuti e nell’atto di banchettare.

La donna e l’eros. Tutto quello che sappiamo sulla donna e sull’eros di questo popolo, ci proviene principalmente dalle tombe e da alcune testimonianze di seconda mano.

Gli etruschi erano una civiltà aperta e permeabile alle influenze dei popoli stranieri con cui venivano a contatto, tanto da assorbirne usanze, tradizioni, riti, abbigliamento, religione, canoni artistici e modelli culturali. Quello che però rimase immutato nei secoli di esistenza della nazione etrusca,  fu la sacralità e l’inviolabilità del rapporto tra uomo e donna, cristallizzato nella forma del matrimonio. Quello tra i coniugi etruschi era un rapporto moderno, sostanzialmente paritario, fondato sull’uguaglianza e sul rispetto. Non veniva praticata la poligamia e la donna  aveva nella società etrusca un ruolo ben più delineato che nella società greca o romana, godeva di più libertà e più diritti rispetto alle donne sue contemporanee.  Partecipava con pieno diritto ai banchetti, distesa a fianco del marito, (come nelle raffigurazioni tombali di Tarquinia), con grande scandalo dei greci, che ai banchetti non ammettevano donne, se non le etere, che in buona sostanza erano prostitute. Le donne Etrusche avevano molta cura del loro corpo, indossavano gioielli, amavano gli abiti lussuosi,  le acconciature importanti ed il trucco vistoso. La donna conservava nel matrimonio, e trasmetteva agli eredi, il suo cognome, aveva diritto ad una propria tomba ed era titolare di atti di compravendita e di successione ereditaria.

Il nudo per gli Etruschi, come del resto per molti popoli antichi, non era un problema. Era piuttosto una condizione quasi naturale. Gli Etruschi nudi o poco vestiti si sentivano a loro agio, non provavano imbarazzi o condizionamenti psicologici. Nelle raffigurazioni sepolcrali, principalmente a Tarquinia ma anche a Vulci (Tomba François) o a Chiusi, personaggi e figuranti vengono spesso rappresentati completamente nudi o precariamente coperti; tutti manifestano grande naturalezza e nessuna morbosità.  La nudità, decontestualizzata dal rapporto sessuale, è per gli etruschi una prerogativa quasi  esclusivamente maschile. Le donne, al contrario, sono quasi sempre rappresentate con abiti ricchi e sfarzosi, truccate, ingioiellate. La donna etrusca non scopre il suo corpo, non assume atteggiamenti provocanti  o marcatamente seduttivi; il suo tratto distintivo è  la femminilità. Uomini e donne, raffigurati nell’atto di compiere pratiche sessuali, come vedremo, sono sempre ed esclusivamente persone adulte e mature. I bambini e i ragazzi, spesso nudi, come era per loro naturale, vengono rappresentati in atteggiamenti e mansioni tipici della loro età.

Altra componente dell’eros etrusco è quello di avere del sesso una visione naturalistica e non vergognosa;  probabilmente esisteva una libertà di linguaggio e di rapporti interpersonali anche più accentuata rispetto a quella odierna. Due sono le tombe, tra quelle conosciute, che presentano raffigurazioni di carattere esplicitamente erotico, presso la Necropoli di Monterozzi a Tarquinia; la Tomba dei Tori e la Tomba della Fustigazione.

Presso gli Etruschi la prostituzione è esistita, come presso qualsiasi altro popolo, in qualsiasi altra epoca, senza però avere particolari caratteristiche di immoralità per le donne etrusche. Sappiamo da fonti storiche, ed in parte anche archeologiche, che in Etruria la prostituzione veniva praticata nella sua forma più “nobile”: la prostituzione sacra. Presso il tempio di Pyrgi le ierodule, vale a dire le prostitute sacre, offrivano se stesse ai pellegrini e ai viaggiatori per sostenere le spese del tempio ed incrementarne le ricchezze.

Un popolo di sportivi e guerrieri.  Gli Etruschi predilessero sport estremamente violenti e spettacolari, tra cui la lotta ed i pugilato, che sono le forme di competizione che hanno le più lontane attestazioni figurate dell’antichità. Il pugilato, in particolare, aveva quale unica regola, quella di colpire il volto dell’avversario e si risolveva solo con l’abbattimento (talora con la morte) di uno dei contendenti. Altra grandissima passione degli Etruschi erano le corse dei cavalli, dei quali erano celebri allevatori, con particolare predilezione per le corse dei carri. Per accentuare la spettacolarità delle gare, inventarono anche la triga, un carro tirato da tre cavalli, che richiedeva una grande abilità da parte del conducente, l’auriga, specie nelle curve. Nelle tombe di  Tarquinia e di  Chiusi, sono raffigurati anche atleti che praticano specialità del pentathlon greco (salto in lungo, vari tipi di corsa, lancio del giavellotto). Ad assistere alle gare, tra il pubblico, partecipavano anche le donne, caratteristica questa che distingue il popolo Etrusco da quello Greco.

Gli Etruschi, popolo raffinato e dedito ai commerci, genti dalle forme opulenti e corpulenti, furono dei maestri di arte militare anche per i Romani. E’ proprio agli Etruschi che si deve l’equipaggiamento bellico dei soldati romani. Fu l’etrusco Servio Tullio ad operare a Roma riforme militari, suddividendo il popolo in classi e centurie; la prima classe, la più ricca era formata da Etruschi, armati di elmo, corazza, spada, schinieri, ed uno scudo di tipo argivo, ovale. I rilievi ed i corredi tombali etruschi mostrano comunque armi tipiche del mondo italico, come l’ascia, in origine a due lame, forse riservata ad i capi, bastoni di offesa e di difesa, tra cui il lituo, passato ai romani come oggetto di valore sacrale, e soprattutto l’elmo bronzeo a calotta, decorato da penne sulla sommità. Tra le armi di offesa, la spada ricurva è forse originaria dell’Etruria. A completare, l’equipaggiamento di taglio erano l’asta pesante, il giavellotto ed il pugnale. Le corazze erano costituite, nel secolo VI a.C.  da un supporto di tela su cui si applicavano dischi e placche quadrangolari metalliche; successivamente si diffuse l’uso della corazza anatomica, con la muscolatura lavorata a sbalzo.

Agricoltori e buongustai. L’agricoltura e la pastorizia, costituì una delle risorse principali dell’economia Etrusca, e venne regolata da leggi molto severe, di carattere sacro, che passarono poi ai romani.

Furono gli Etruschi a introdurre in Italia la scienza della misurazione dei terreni, facendo ricorso ad uno strumento particolare che si chiamava groma. I loro sacerdoti delimitarono per primi, con un rituale solenne, i campi dei singoli proprietari, decretando che chi avesse spostato una pietra o cippo di confine, sarebbe stato condannato a morte.

Gli Etruschi conoscevano perfettamente anche le tecniche idrauliche già sperimentate in Egitto, Mesopotamia e Grecia. Sapevano costruire canali e dighe per irrigare terreni aridi e, sapevano anche prosciugare paludi col sistema del drenaggio. In Maremma si trovano ancora oggi i resti degli impianti progettati per lo sfruttamento dell’acqua piovana.

Varrone considerava originaria dell’Etruria l’arte dei rabdomanti, gli uomini capaci di “scoprire” le vene d’acqua, nascoste nelle profondità della terra.

Non sembra invece che gli Etruschi si occupassero della coltura degli ortaggi, che per caratteristica, causa la facile deperibilità, non potevano diventare merce di scambio con territori lontani. L’attrezzatura dell’agricoltore comprendeva: zappe, falci, vanghe e aratri leggerissimi dotati di vomeri di ferro. L’aratro, in principio trainato dalla forza dell’uomo con il passare del tempo venne trascinato dai buoi. Nel corso del tempo, con lo sviluppo delle tecniche agricole, le stesse che suscitarono l’ammirazione di Greci e Romani, gli Etruschi riuscirono ad ottenere prodotti di qualità superiore come l’olio ed il vino.

Già nel VII secolo a.C. la vite e l’olivo erano coltivati intensivamente in Etruria ma, per quest’ultimo, la produzione non fu mai considerata importante dagli autori antichi; del vino etrusco, invece (anche se in senso talvolta negativo), scrivono sia Orazio che Marziale. Il vino bevuto nell’antichità era molto diverso da quello d’oggi: denso, fortemente aromatico, ad elevata gradazione alcolica. Il primo mosto ottenuto dalla vendemmia veniva in genere consumato subito, mentre il restante veniva versato in contenitori di terracotta con le pareti interne coperte di pece o di resina. Il liquido veniva lasciato riposare, schiumato per circa sei mesi e a primavera, infine, poteva essere filtrato e versato nelle anfore da trasporto. Il liquido così ottenuto non veniva bevuto schietto ma mescolato, all’interno di crateri, con acqua e miele, e travasato nelle coppe dei commensali, servendosi di attingitoi e sìmpula. Sulla mensa, il vino era contenuto in brocche e vasi a doppia ansa (stàmnoi), mentre per l’acqua si utilizzavano spesso piccoli secchi, denominati sìtule.

Parlare di alimentazione degli Etruschi è complicato mancando fonti documentali sufficienti a darci un’idea completa. Posidonio di Apamea, per esempio, racconta che gli Etruschi apparecchiavano le loro tavole “ben” due volte al giorno, cosa peraltro oggi scontata. Utili notizie possono essere dedotte dagli utensili ritrovati negli ambienti adibiti a cucina, ma soprattutto dagli affreschi che decorano le pareti di alcune tombe, soprattutto quelli della “Tomba Golini I” di Orvieto, che mostrano immagini relative alla preparazione del banchetto.

Da un famoso brano dello storico Tito Livio sappiamo che in Etruria si coltivavano copiosissime messi (in particolare grano e farro); esse dovevano costituire l’alimento-base sulla mensa di tutti i giorni, sia sotto forma di pani e focacce, che di minestre e zuppe. Le sfarinate di cereali erano utilizzate per fare frittelle e focacce. La carne era bollita ed arrostita: sono frequenti nei corredi delle tombe gli alari, gli spiedi e le pinze per maneggiare i tizzoni di brace.

Dalla citata notizia di Livio, inoltre, possiamo indurre che i bovini fossero allevati non solo per la carne, ma anche perche necessari per il lavoro dei campi, soprattutto per l’aratura. Gli avanzi di pasto rinvenuti durante gli scavi ci testimoniano, d’altra parte, la presenza sulla tavola etrusca di altri animali domestici quali ovini, caprini e suini, in proporzioni diverse a seconda del tempo o luogo in cui ci si trovasse; altra fonte di alimentazione, inoltre, era la selvaggina, come ci testimoniano gli autori antichi e alcuni famosi affreschi.

Per quanto riguarda l’alimentazione ittica, ancora più rari risultano (dalla ricerca archeologica) gli avanzi di pasto, a causa della deperibilità degli scheletri dei pesci e del guscio dei molluschi; rimangono, comunque, come testimonianza archeologica, ami da pesca, aghi e pesi da rete. Gli Etruschi dovevano conoscere diverse varietà ittiche diffuse nel Mediterraneo, come mostrano i cosiddetti “piatti da pesce” in cui appaiono raffigurate, sulla superficie esterna, numerose specie. Condimento ideale per ogni cibo era l’olio d’oliva.

Gli Etruschi, di solito, non avevano, all’interno delle loro abitazioni, un vano adibito a cucina quale lo intendiamo oggi; spesso si cuoceva all’aperto, ma comunque esistevano sistemi di cottura che utilizzavano dei particolari “fornelli”. Ne esistono sostanzialmente di tre tipi, provvisti ognuno di relative varianti: il tipo più antico è di forma cilindrica e munito sulla superficie superiore di una piastra forata e, sulla parte inferiore, di un’ apertura per l’alimentazione del fuoco; verso la fine del VII sec. a.C. compare un secondo fornello semicilindrico, a forma di ferro di cavallo, con tre parti sporgenti verso l’interno per sostenere la pentola; c’è infine un ultimo modello, simile a una piccola botte aperta per appoggiarvi il recipiente per la cottura e, in quella inferiore, per il carico del combustibile.

Cosa si mangiava nell’antica Etruria? L’alimentazione del mondo mediterraneo antico è condizionata dai prodotti che la natura offre e dalle condizioni climatiche, che hanno generato una dieta ed una cucina simili tra loro. Carciofi, rape, cipolle, farro, porri, aglio, asparagi, cavoli, carote, fave, lenticchie, carne, costituivano l’essenza della cucina etrusca. Il miele, in particolare quello ricavato dal timo,  costituiva il principale dolcificante.  Stando ai reperti rinvenuti nella tomba dei rilievi di Cerveteri, sembra anche che gli Etruschi conoscessero ed apprezzassero le tagliatelle. Oltre alla frutta e verdura, nei tempi più antichi, si mangiavano di frequente le minestre di cereali (farro) e legumi (fave), le zuppe di verdura: ne è un ricordo l’acquacotta, piatto della tradizione culinaria maremmana e viterbese.

Vasi Corinzi, gioielli e arte orafa. A partire dalla metà del VII secolo a.C., attraverso il commercio dei naviganti Greci, giungono in Etruria moltissimi prodotti ceramici delle officine di Corinto e della Grecia orientale. Si tratta in genere di contenitori di profumi (alabastra e aryballoi), o brocche per versare (olpai, oinochoai), eseguite nelle tecniche a figure nere e di stile orientalizzante. Insieme agli oggetti, giunsero in Etruria anche artigiani ceramisti che produssero, in loco, questi prodotti graditi agli aristocratici Etruschi. L’avvio di queste officine, specialmente a Vulci, ebbe come riflesso immediato un’abbondante produzione di imitazione destinata ad un più largo consumo. Tale produzione, comunemente definita  “etrusco-corinzia” continuò a lungo, parallelamente alle importazioni, fino a divenire, agli inizi del VI secolo a.C. attività di routine, caratterizzata da un linguaggi estremamente ripetitivo, con conseguente scadimento della qualità artistica.

Alla fine del VI secolo, la produzione etrusco-corinzia e le importazioni cesseranno, sostituite dai prodotti della grande ceramografia attica, che dominerà i mercati per oltre due secoli.

Gli Etruschi furono anche eccellenti produttori di preziosi e  splenditi gioielli che conservano intatto il loro valore artistico. Esistono vari procedimenti nella lavorazione dei metalli preziosi; quelli applicati a Vetulonia,, come a Caere ed a Vulci da botteghe locali, fondate da maestranze prevalentemente  straniere (greche e orientalizzanti), tra cui lo sbalzo, la granulazione, la filigrana e la nuova tecnica del pulviscolo. In particolare sono però le tecniche a filigrana e la granulazione a permettere la produzione di grande gioielleria.

La granulazione consiste nel deporre, mediante saldatura (con sali di rame e colla animale), delle piccole sferette sulla lamina di base, anche sbalzata secondo schemi geometrici o a riempire.

Il pulviscolo vetulonese invece forma figure animali e vegetali con tali sferette, sulla lamina incisa in negativo. Le sferette erano ottenute mediante cottura, chiusa fino alla fase di fusione, di ritagli di lamine d’oro a polvere di carbone.

La tecnica a filigrana prevedeva il ritaglio di una foglia d’oro in strisce ritorte, con una estremità ferma e l’altra che gira; il filo ottenuto era a sezione circolare. Si sono ritrovati monili, orecchini,e collane in filigrana.

L’uso dell’oro della seconda metà dell’VIII secolo fino alla fine de VII sec. a.C., appare sclusivo dei ceti magnatizi delle tombe principesche di Vetulonia, Caere, ed altre località del Lazio e dell’Etruria Campana, per i quali i metalli preziosi erano un bene ideologico e funerario o di scambio tra pari dignità, più che economico.

Marineria e imbarcazioni Etrusche.   La documentazione archeologica e letteraria attesta che la marineria Etrusca, pur operando meno alacremente sul Mediterraneo di quella Micena, Fenicia e greca, fu attiva ed i stretta relazione con queste fin dal VIII secolo a.C..

Il mare occupa un posto importante per lo sviluppo della civiltà Etrusca ed i commerci iniziali riguardarono il rame, con contatti soprattutto con la Sardegna, ove affluiva anche lo stagno dalla Cornovaglia; entrambi questi metalli furono necessari per la lavorazione del bronzo.

La navigazione del tempo era di piccolo cabotaggio e sfruttava le isole dell’Arcipelago, in particolare l’Isola d’Elba, quale riferimento durante la navigazione, preferibilmente tenuta sotto costa e di giorno. Le coste Tirreniche erano solcate in circa quattro giorni, uno e mezzo durava invece il viaggio dall’Etruria alla Corsica.

La seconda metà del VIII secolo a.C. vide il prevalere dello sfruttamento intensivo dei giacimenti minerari a ridosso della costa (Colline Metallifere, il Campigliese, il Massetano ed i Monti della Tolfa) e soprattutto dell’Isola d’Elba. La produzione e la commercializzazione del bronzo raggiunse l’apice e questo determinò lo sviluppo urbano in atto nell’Etruria Marittima (Populonia, Vetulonia, Vulci, Tarquinia e Caere), e la progressiva differenziazione sociale, determinata anche dal godimento personale dei proventi del commercio e della navigazione.

Nei secoli successivi si registra il fenomeno della proliferazioni di porti e scali minori, aperti all’ingresso di artigiani e commercianti Greci ed Orientali  che vi trovano accoglienza e protezione per le loro attività mercantili, attraverso magazzini commerciali a disposizione. Gli scali etruschi sono ubicati abbastanza vicini l’uno dall’altro, principalmente sul litorale laziale, in modo da garantire una navigazione di cabotaggio sicura lungo la costa.

Il caso di Populonia, unico sito  costruito direttamente sul mare, per le sue particolari caratteristiche, si può considerare una sorta di emporio industriale e mercantile.

Gli Etruschi si appropriano anche di un’altra attività, la pirateria, che fino dai tempi di Omero era stata associata al commercio per mare. In quei tempi una tale attività non comportava vergogna, anzi era motivo di gloria.

Le navi proto-etrusche, come riportano Omero ed Esiodo, non erano di grosse dimensioni; anche se attrezzate per circa 20 rematori, non superavano i ml. 12,5 in lunghezza ed i 3 in larghezza, avevano un castello a poppa per il timoniere, ed inizialmente erano senza ponte. La chiglia dei modellini è dritta (nel caso delle navi merci veniva rinforzata da lamine di piombo per zavorrare), le pareti dello scafo erano svasate e la prua era solitamente ornata da un protome di animale, come le navi di Micene. Il sistema di connessione degli assi di legno dello scafo appare lo stesso di quello descritto dai poemi Omerici; le assi di legno erano tenute insieme per mezzo di funi che passavano entro appositi fori, praticati sui bordi degli assi stessi. La legatura che si otteneva, oltre a richiedere una buona manutenzione ed il cambio delle corde, doveva essere coperta da cavicchi, o altri accorgimenti, onde evitare pericolose infiltrazioni di acqua (le navi greche e fenice erano invece dotate di un sistema più evoluto, ad incastro tra gli assi). Erano considerati ottimi legni da galleggiamento, l’ontano, il pioppo e l’abete.

Avevano un timone poppiere con una lunga barra, un ancora di forma triangolare (con due incavi nella parte sottostante per l’alloggiamento di legni atti ad incastrarsi tra gli scogli e tenere ferma l’imbarcazione) e parapetti ai bordi dello scafo. La velatura (sulla base di alcune riproduzioni pittoriche su vasi)  sembra essere stata di forma rettangolare e veniva cucita a strisce o spezzoni quadrati.

Dalla metà del VI secolo a.C., a detta di Plinio il Vecchio, compare il rostro di prua, ossia lo sperone foderati un bronzo e ubicato appena sotto il pelo dell’acqua, che risulta essere una geniale invenzione Etrusca. In tempi successivi il rostro sembra essere applicato anche alle navi mercantili.

I NOSTRI ANTENATI

 Si può sostenere che la civiltà Etrusca, nel suo splendido fiorire plurisecolare, ha costituito non soltanto la prima grande, bene organizzata e pienamente cosciente civiltà italiana, ma nel suo curioso e appassionato affacciarsi verso la civiltà greca, ha costituito il primo ponte per l’introduzione e lo sviluppo di questo nostro paese.

Gli Etruschi stanno al centro tra i Greci ed i Romani, dei primi sono imitatori ed eredi, dei secondi sono educatori e quasi padri.

Se i libri sono importanti, ancora più importanti sono i musei. Quelli Etruschi in Italia, sono per ricchezza di contenuti e di meraviglie artistiche la testimonianza di una civiltà straordinaria che nessuno al mondo può vantare.

Le urne hanno immagini di un realismo spinto fino all’eccesso; sono palpitanti di realtà concreta della vita quotidiana, non hanno la monumentalità inquietante dei sarcofagi egiziani, non hanno come arte il bello classicistico ellenico, ma esprimono realtà razionali, pensate e fatte a misura d’uomo.

Parlare di CIVILTA’ diviene naturale di fronte al fascino di questo popolo che ha uno splendido passato e su cui si fonda l’identità dell’Etruria.

CRONOLOGIA  STORIA ETRUSCI

  Secolo X a.C.  Fasi finali della civiltà del bronzo.
 Secolo IX a.C. Fasi iniziali della civiltà del ferro; cultura «villanoviana» nei territori dell’Etruria «propria» e sua espansione verso l’Emilia-Romagna e il Salernitano. Formazione delle comunità di villaggi.
   Secolo VIII a.C.    

 

 

775 ca.

753

750-725

710-705 c.a.

Navigazione degli Etruschi nel Tirreno meridionale. Inizio della colonizzazione greca nella penisola italiana.Stanziamento dei Greci a Pitecusa, oggi Ischia.Fondazione di Roma, secondo la tradizione varroniana.Fondazione di Cuma. Inizio della colonizzazione greca in Sicilia. Sviluppo del “Villanoviano” in Etruria, differenziazione sociale, fondazione dei Centri pre-urbani.Fondazione di Sibari, di Crotone, di Taranto. Inizio della cultura “orientalizzante”. Adozione dell’alfabeto greco e introduzione della scrittura in Etruria.
Secolo VII 650 c.a.616 Rinvenute le prime iscrizioni Etrusche a Tarquinia e Cere.Pieno sviluppo della cultura “orientalizzante”Demarato di Corinto si stabilisce a Tarquinia-  Influenze corinzie in Etruria. Fase evolutiva dell’orientalizzazione. Inizio della civiltà urbana. Fioritura di Cere. Thalassocrazia ed espansione commerciale delle città costiere dell’Etruria meridionale.Inizio della monarchia etrusca a Roma; regno di Tarquinio Prisco (fino al 578).
  Secolo VI a.C.580 c.a.578565 c.a.540 c.a.534

525

510

509

505 c.a.

 

 

 

Espansione etrusca nella Pianura Padana.Gli Etruschi sconfitti dai coloni Greci nel mare di Lipari.Inizio del regno di Servio Tullio a Roma (fino al 534)I Greci di Focea fondano Alalie in Corsica.Coalizione cerite-cartaginese contro i Focei; battaglia del mare Sardo. Controllo Etrusco della Corsica.Inizio a Roma del regno di Tarquinio il Superbo (fine nel 510). Fondazione di Marzabotto e di Felsina.Spedizione fallita degli Etruschi coalizzati con Umbri e Dauni, contro Cuma.Distruzione di Sibari ad opera di Crotone.  Si sviluppa Capua Etrusca.

Cacciata di Tarquinio il Superbo e fine della monarchia Etrusca a Roma. Espansione di Chiusi nel lazio; il re Porsenna a Roma.

L’esercito di Porsenna sconfitto presso Ariccia da Aristodemo di Cuma e dai Latini. Gli Etruschi sconfitti dai Galli al Ticino.

 Secolo V a. C. 474454-453428426423

414-413

406

Thefarie Velianas signore di Cere. Guerra tra Veio e Roma, Strage dei Fabii al Cremera.Gli Etruschi sconfitti nelle acque di Cuma dai Siracusani; fine della talassocrazia e crisi delle città Etrusche meridionali. Sviluppo dell’Etruria Padana ed Adriatica.Incursione della flotta siracusana nel Tirreno settentrionale. Inizio della pressione Sannitica sulla Campania.Guerra tra Veio e Roma.La città latina di Fidenae, alleata di Veio, conquistata dai Romani.Capua occupata dai Sanniti. Fine del dominio Etrusco in Campania.Un contingente Etrusco partecipa all’assedio navale ateniese di Siracusa.Inizia l’assedio di Veio da parte dei Romani.
 Secolo IV a.C396390-386384382358353

351

314

311

307

302

Veio conquistata e distrutta dai Romani; il suo territorio incorporato in Roma.Scorrerie dei Galli nell’Italia centrale; Roma saccheggiata e incendiata.Incursione della flotta siracusana nel Tirreno e saccheggio del santuario di Pyrri. I Siracusani nell’Adriatico settentrionale.Fondazione delle colonie romano-latine di Nepi e Sutra. Ascesa di Tarquinia e sua egemonia sulla Lega Etrusca.Tarquinia, con Cere e Faleri, muove guerra a Roma. Detronizzato il re di Cere.Pace separata tra Cere e Roma.Fine della guerra e tregua tra Tarquinia e Roma. Rivolta “servile” ad Arezzo domata con l’intervento di Tarquinia. Marzabotto e felsina occupate dai Galli: Spedizione dei galli nell’Italia centrale.Navi Etrusche in Sicilia in aiuto di Agatocle di Siracusa contro i Cartaginesi.

Gli Etruschi in guerra contro Roma. I Romani penetrano nell’Etruria centrale e interna.

Gli Etruschi costretti alla pace con Roma.

Roselle assediata e occupata dai Romani. Intervento di Roma ad Arezzo in appoggio alla famiglia dei Cilnii. Rivolte “servili” a Volterra e Roselle. Completa decadenza di Spina.

Secolo III a.C. 296295284282280273

265

264

241

225

222

217

209

205

Gli Etruschi nella coalizione  “italica” contro Roma.I coalizzati sconfitti dai Romani a Sentino. Vittoria Romana sugli Etruschi.Rivolta “servile” ad Arezzo.Gli Etruschi definitivamente sconfitti dai Romani al lago Vadimone.Vulci e Volsini si arrendono a Roma. Le città Etrusche costrette ad allearsi con Roma: l’Etruria federata. Prefettura Romana a Statonia.Colonie romane a Cosa e a Pyrgi.Rivolta “servile” a Volsinii.Volsinii conquistata e distrutta da Roma. Saccheggio del santuario della Lega. Volsinii ricostruita sulle rive del Lago di Bolsena. Colonie di Roma a Castrum Novum , Alsium e Fregene.

Faleri conquistata e distrutta dai Romani. Trasferimento della città.

L’Etruria investita da una incursione di Galli, distrutti dai Romani a Talamone. Costruzione della Via Clodia.

Spedizioni Romane contro i galli, dalle basi Etrusche. Costruzione della Via Flaminia.

Annibale, in Etruria, sconfigge i Romani al Trasimeno.

I Romani rinforzano i presidi militari in Etruria.

Le città Etrusche contribuiscono alla spedizione africana di Scipione contro Cartagine.

 II Secolo a.C.  196189186183-180

177

135

133-121

130

Rivolta di schiavi in Etruria.Fondazione della colonia romana di Bononia.Repressione del culto “sovversivo” di Dionisio.Fondazione di colonie di Roma a Saturnia, Gradisca e Pisa.Fondazione di colonie Romane a Luni, e Lucca. Costruzione della Via Cassia. Progressiva emancipazione di elementi servili nell’Etruria Settentrionale.Viaggio del tribuno Tiberio Gracco attraverso l’Etruria.Fallimento dei tentativi di riforme sociali dei Gracchi.L’Etrusco Marco Perperna eletto console a Roma.
 I Secolo a.C. 9190898782

78

63

49

40

27

7

Marcia su Roma degli Etruschi contro le proposte di Legge riformatrici del tribuno Livio Druso. Secessione e guerra degli alleati italici contro Roma.Intervento militare romano a Fiesole, Arezzo, Chiusi e Volsinii.Gli Etruschi ricevono la cittadinanza Romana. Le città Etrusche diventano “municipi” dell’Italia Romana.Gli Etruschi parteggiano per Mario.Repressione di Silla contro Fiesole, Arezzo, e Volterra.Effimere rivolte “popolari” a Fiesole e in altre città.Catilina si rifugia in Etruria ed arruola truppe a Fiesole e Arezzo.Gli Etruschi neutrali nella guerra civile tra Pompeo e Cesare.

Perugia occupata deai seguaci di Antonio, conquistata e saccheggiata dalle truppe di Ottaviano.

L’Etrusco Mecenate tra i consiglieri ed i ministri di Augusto.

L’Etruria diventa la regione VII dell’Italia Romana.

 

Principali località in cui si sviluppò la Civiltà Etrusca

CERVETERI (la Caere) – Scavi e museo – Celebre la “tomba degli sposi”

VOLTERRA – Scavi- Materiale ritrovato ospitato nel Museo Guarnacci

POPULONIA (LI) Scavi – Mat.ritr. ospitato nel museo Etrusco di Firenze e di  Piombino.

VETULONIA (gr) Scavi- Mat.ritr. ospitato nel museo Etrusco di Firenze

FIESOLE (FI) Scavi – Materiale ritrovato ospitato nel  museo di Fiesole

VOLSINII –Scav– Mat. ritr. ospitato nel museo di Orvieto

ROSELLE – necropoli – Mat.ritr. ospitato nel  museo Etrusco di Firenze

VULCI – resti della città – Materiale ritrovato ospitato nel  museo di Firenze e Roma.

TARQUINIA (VT) – Tombe  (circa 200), affreschi – Mat. ritr. Museo Naz. Tarquinia.

TARQUINIA (VT): CIVITA, antica città etrusca, basamento tempio, resti preziosi cinta muraria.

CERE (RO) – necropoli (circa 100 tombe) Mat. ritr. Museo Villa Giulia – Roma.

NORCHIA (VT) Necropoli su roccia – Mat. ritr. Museo Villa Giulia – Roma.

CASTEL SASSO (VT) – Tombe su parete (30) – Mat. ritr. Museo Villa Giulia – Roma.

CORCHIANO (VT) affreschi, iscrizioni parietali

VEIO – Tempio, ponte, tombe – Mat. ritr. Museo Villa Giulia – Roma.

NEPI (VT) – necropoli di Castel S.Elia

SUTRI (VT) – anfiteatro, necropoli, sarcofagi – Municipio di Sutri

TUSCANIA (VT) – Necropoli- tombe in zona canino

SOVANA (GR) – Necropoli – Mat.ritr. ospitato nel  museo Etrusco di Firenze

SATURNIA – Resti delle mura etrusche – Mat .ritr. ospitato nel  museo Etrusco di Firenze

CALETRA – Tavolette contenente l’alfabeto – Mat .ritr. ospitato nel  museo Etrusco di Firenze

HEBA; AGLIANO (GR) – Tombe – Mat.ritr. ospitato nel  museo Etrusco di Firenze

TALAMONE – Scavi – Mat.ritr. ospitato nel  museo Etrusco di Firenze

COSA (ANSEDONIA) – resti di mura. La “tagliata Etrusca”

CHIUSI – Tomba delle olimpiadi . Urne- Museo Etrusco di Chiusi

PERUGIA – Cippo – Porta  – Mat. ritr. ospitato nel  Museo Archeologico  di Perugia

CORTONA – Tombe – Mat. ritr. ospitato nel  museo Etrusco di Cortona

S. GIULIANO – Necropoli – Mat. ritr. ospitato Museo Villa Giulia – Roma.

BLERA (VT) – Necropoli e ponte etrusco – Mat. ritr. ospitato Museo Villa Giulia – Roma.

SPINA -  Mat. ritr. ospitato nel  Museo Archeologico  di Ferrara.

MARZABOTTO – Necropoli – Mat. ritr. ospitato nel  Museo Archeologico  di Marzabotto

PIACENZA - (Fegato di Piacenza) Mat.ritr. ospitato nel  museo Archeologico di Piacenza.

CAPUA - Mat. ritr. ospitato nel  Museo Archeologico  Campano di Capua

AREZZO – Mat.ritr. ospitato nel  museo Etrusco di Firenze

 

Bibliografia:

 Antichi sotto il cielo del Mondo  – Consiglio Regionale Toscana – atti colloquio internazionale

Alla scoperta della civiltà Etrusca  – Gruppo Eureka  – Gavardo

Civiltà del mare  – Moscati Sabatino

Cronologia.leonardo.it

Dizionario della Civiltà Etrusca  – Giunti Editore

Dizionario illustrato della Civiltà Etrusca  – Cristofani Mauro

Etruschi. Una nuova immagine  – Cristofani Mauro

Etruschi.  – Cristofani Mauro e altri

Etruschi. Storia di un popolo misterioso -  Sandrelli Eleonora

Gli Etruschi. Un popolo tra mito e realtà  – Stacciolo Romolo A.

Gli Etruschi. La prima civiltà italiana  – Thuillier Iean-Paul

Gli Etruschi. Storia e civiltà. Camporeale Giovannangelo

Gli Etruschi  – Magagnini Antonella

Gli Etruschi  – Gatti Enzo

Gli Etruschi nella Maremma grossetana  – Poggesi Gabriella

Gli Etruschi  – Prayon Friedhelm

Gli Etruschi  – Giunti Editore

Gli Etruschi. Magia e Religione  – Martinelli Maurizio

Guida ai Luoghi Etruschi -  De Agostini

Guida archeologica della Provincia di Livorno -  Provincia di Livorno

Guida storico artistica alla Maremma -  Santi  Bruno

Guida al Museo Archeologico di Piombino -  De Tommaso Giandomenico

It. Wikipedia.org

Il Parco Archeologico dell’Accesa a Massa Marittima  – Camporeale G. – Giuntoli S.

Il Mondo rurale Etrusco -  Consiglio Regionale Toscana -  Atti del Convegno

La manifattura degli Alabastri -  Fiumi Enrico

La cultura Villanoviana -  Bartaloni Gilda

La terra degli Etruschi -  Agenzia per il Turismo Montecatini Terme

La Società Etrusca -  Torelli Mario

La Toscana degli Etruschi -  Cateni  Gabriele

La Storia dell’arte Vol. I -  Electa – La Biblioteca di Repubblica

L’arte degli Etruschi  – Mauro Cristofani

Larthia la vita di una donna al tempo degli Etruschi Consiglio Regionale Toscana- Convegno

Le urne di Volterra e l’artigianato artistico degli Etruschi -  Cateni Gabriele – Fiaschi Fabio

Maremma e Amiata -  SD Editore

Maremma Distretto rurale -  Moroni C. – Tisi M. – De Maria A.

Misteri Etruschi -  Feo Giovanni

Miti, Riti, Magia e Misteri degli Etruschi -  Quattrocchi  Angelo

Parco Archeologico di Baratti e Populonia -  Semplici  Andrea

Prima degli Etruschi -  Feo  Giovanni

Pisa Etrusca -  Bruni Stefano

Populonia e i luoghi Etruschi della Toscana -  De Agostini

Populonia e il suo territorio – Fedele Fabio – Galiberti Attilio – Romualdi Antonella

Storia degli Etruschi -  Torelli Mario

Storia e Civiltà degli Etruschi -  Stacciolo Romoli A.

Storia di Volterra -  Pescetti  Luigi

Toscana -  Touring Club Italiano

Toscana Mare una costa lunga un anno -  Touring Club Italiano

Toscana Viaggio tra sogno e realtà -  Le guide di Itineranda

Un Impresa per 6 Parchi – Casini Alessandra – Zucconi Massimo

Viaggi attraverso la civiltà del tufo -  Cooperativa la Fortezza – Sorano

  

Dicembre 2009    Ario Locci

RIFLESSIONI SUL TURISMO

4

Riflessioni sul turismo

Ario Locci elaborazione del 1995)

In questa fase matura della società industriale emergono fenomeni nuovi che aprono prospettive orientate verso un diverso modello di società:

  • Siamo in presenza di convergenze tra paesi industrializzati;
  • in presenza di una crescita di classi medie a livello sociale e delle tecnostrutture aziendali;
  • di fronte ad una progressiva urbanizzazione e scolarizzazione delle popolazioni;
  • ad una diffusione dei consumi di massa e della società di massa.

La crisi dei modelli culturali della società industriale e l’avvento della cosiddetta società “post-industriale” trovano le loro proiezioni materiali, misurabili statisticamente,  nel sopravvento del settore terziario sugli altri settori dell’economia.

Così, la produzione dei beni, che certo non regredisce, assorbe sempre meno risorse umane e materiali che si travasano nella produzione dei servizi.

Il concetto di società post-industriale attiene essenzialmente ai mutamenti nelle strutture sociali, alle trasformazioni che si producono nella vita economica e nella struttura professionale, ai nuovi rapporti che si instaurano tra scienza e tecnologia.

Queste trasformazioni della struttura produttiva e dell’assetto tecnologico, portano a profondi mutamenti delle immagini guida degli individui, dei gruppi, del sociale.

Ci siamo incamminati verso il declino dei modelli di vita improntati sulla fabbrica e sulla grande industria. Siamo in presenza di un affievolimento della lotta di classe polarizzata, sostituita da una pluralità di conflitti e di movimenti.  Si registra la dominanza del presente, sia sul passato che sul futuro, emergono nuovi valori e culture centrate sul tempo libero.

La società post-industriale porterà con sè un’ampia gamma di nuove possibilità e di effetti positivi, tra cui:

  • elevazione della scolarità  e del sapere diffuso;
  • riduzione dell’ansia per il futuro, attraverso il perfezionamento delle tecniche di previsione e di programmazione;
  • maggiore elasticità e fruibilità del progresso tecnologico;
  • aumento delle possibilità di scelta, sia sul fronte del lavoro che in rapporto agli oggetti, ai divertimenti, alle fonti di informazione;
  • maggiore importanza data ai miglioramenti qualitativi rispetto alla crescita quantitativa;
  • diminuzione della fatica fisica nel lavoro e tendenziale aumento del tempo libero.

Il processo più rilevante, capace di influire su tutti gli altri, è quello che il sistema sociale non si identifica più nella sola produzione di beni, ma piuttosto nella programmazione dell’innovazione.

In questo scenario dinamico di trasformazioni, anche il fenomeno turismo va , o può essere interpretato e rappresentato dal passaggio di modelli di comportamento propri della società industriale, alla più ampia ed inafferrabile articolazione dei turismi che si instaurano via via nella società complessa.

Alcune ricerche fatte e che si riferiscono alla motivazione turistica, possono darci alcune chiavi di lettura, e contribuire ad attrezzare bacini turistici, in modo adeguato e rispondente ai bisogni della domanda.

Negli anni ‘70, il turismo era concepito come risposta ad un bisogno profondo, quello del superamento delle frontiere della vita ordinaria (villeggiatura, bagnature, forestiero), e si andava gradualmente superando la concezione del turismo riservato solo per alcuni segmenti di popolazione.

-  Si affermano le formule delle vacanze-riposo o della vacanza-ricreazione, i cui estremi si possono cogliere, da un lato nelle vacanze balneari legate al “farniente”, ad una certa sensualità, all’evasione, e dall’altro nella villeggiatura e nel turismo all’aria aperta, collegabili alla ricerca della tranquillità e al rivivere situazioni ed immagini dell’infanzia.

-   Tra gli approcci di ricerca, iniziati negli anni ‘70, i più significativi sono quelli che analizzano ed evidenziano una “pluralità di motivazioni” concorrenti tra loro, nel determinare gli atteggiamenti del fenomeno turistico. Inizia, in quegli anni, la proliferazione delle diverse forme di turismo.

Alle soglie del duemila, il turismo assume una collocazione ed un significato nella vita individuale che varia a secondo della sua maggiore o minore adesione ad un “centro culturale e simbolico”, ed a secondo la localizzazione, dentro o fuori, di questo centro rispetto alla società in cui la persona vive.

Le esperienze turistiche vengono così a distinguersi secondo i tipi di relazioni tra soggetti che le pongono in essere. Per gli individui che appartengono a questi gruppi, il turismo assume significati diversi ed un preciso modo di fare esperienza turistica.

Si delineano una serie di modelli di comportamento che abbracciano  tutta la gamma di esperienze che vanno dalla ricerca del piacere immediato, alla riscoperta della natura, alla ricerca del senso della vita.

Ogni individuo può sperimentare diverse modalità, anche nel corso dello stesso viaggio, e può conoscere il passaggio da una modalità all’altra nel corso della propria biografia  turistica.

Al di là delle specifiche motivazioni dei soggetti e delle spinte che essi ricevono in un dato momento, il turismo si configura come un processo complesso, anzi come correlazione di specifici processi che spiegano, in maniera orientata, i percorsi vissuti dall’esperienza individuale.

Da alcuni anni, ormai, si parla e si assiste ad una crisi dei modelli turistici più diffusi e consolidatisi nel periodo di maggiore sviluppo del turismo. E’ questa una crisi che ha origini complesse, legate sia al versante della domanda che a quello dell’offerta.

Di certo c’è che attualmente vi è uno spostamento di dominanza dalla sfera dell’offerta a quella della domanda.

La tendenza ad un maggiore peso della domanda ha creato e sta creando, nelle comunità locali, e soprattutto nella componente imprenditoriale, momenti di incertezza nel rapporto con il mercato. Questa crisi prolungata e la totale assenza di misure a carattere congiunturale, hanno portato a mettere in discussione i modelli operativi consolidati e diffusi, ed a cercare alternative qualitativamente nuove.

Ciò che si va affermando, in questa società, è la presenza: l’esserci nella società viene rappresentato dalla titolarità di uno status e dalla linea graduata della capacità di spesa. La società è sempre più una società di consumatori ed il turismo la prefigura e la misura con la graduazione delle sue destinazioni e dei suoi “pacchetti”.

Da ciò parte la “dominanza culturale” di una offerta che può sviluppare economie di scala e processi di concentrazione che possono conferire al turismo una netta predominanza economica.

Il tempo libero non appartiene più ad una dimensione residuale di condizioni definite a livello del sistema sociale (massa), ma diviene campo di ricerca dell’autonomia e dell’identità soggettiva nel percorso di differenziazione degli individui.

L’annullamento  dell’individuo nella massa ha sempre meno senso perchè è la massa che perde sempre più la sua efficacia simbolica.  Al posto dell’annullamento della folla subentra una soggettività persuasiva che trasforma sia il tempo libero che il turismo.

Il comportamento turistico, in particolare, perde la sua omogeneità e cadono gradualmente gli stereotipi della vacanza (concentrazione sulle spiagge, code in autostrada ecc..), perdendo l’immagine statica ed estatica degli anni ‘ 70, per mostrarsi, con un percorso dinamico, orientato alla ricerca di esperienze sia nel breve che nel lungo periodo.

Si sviluppano relazioni con i compagni di viaggio, con gli altri turisti e con le risorse e  le esperienze che la popolazione locale via via produce ed offre. La cultura locale non è più liquidabile come residuo del passato, ma si pone come condizione ed attrattiva importante.

La tendenza verso questi nuovi percorsi personali e differenziati entra in collisione con l’offerta standardizzata di beni e servizi, cresciuta secondo i criteri del turismo di “massa”.

Questi nuovi orientamenti creano problemi ai modelli organizzativi, commerciali  e professionali delle imprese, e sugli stessi criteri di pianificazione del territorio e di promozione dell’uso delle risorse assunti dagli Enti locali.

I luoghi sacri del turismo, quelli per i quali si poteva dire che bastava recarvisi per fare vacanza, già logorati da crescenti riproduzioni artificiali attraverso moduli ripetitivi, vedono sempre di più aprirsi una concorrenza totale.

Essi non godono più di una posizione dominante nei confronti della domanda. I luoghi turistici per antonomasia, finiscono per subire l’iniziativa di una domanda che tenderà, sempre di più, di uscire dai canali precostituiti di accesso, e dai modelli codificati di comportamento.

La crisi non deriva dal numero dei turisti in movimento, che continua ad espandersi, bensì dalle modalità di esplicazione della loro attività ed investe quindi il complesso rapporto con il territorio ed il mercato.

Alcuni sintomi possono essere letti nell’abbreviazione dei soggiorni, nell’allentamento delle prenotazioni, nel turismo del sacco a pelo.

La dimensione magica del turismo non appartiene più all’oggetto (luogo e momento delle vacanze), ma viene riassorbita nella sfera del soggetto, nell’attività dell’individuo stesso che parte. Sono le nuove condizioni di autonomia in cui egli compie la scelta, ed il conseguente sviluppo differenziato ed imprevedibile della sua sfera relazionale, che collocano l’individuo in una dimensione “sacra” da conquistare, da godere e da difendere.

L’attività dell’individuo, nella sua ricerca di differenziazione, consente di connettere, tra loro, risorse ambientali e culturali di qualsiasi contesto, sia esso turistico oppure oggetto di esperienza quotidiana.

Vi sono sempre meno spazi turistici puri, rigidamente separati dagli spazi della vita ordinaria. Non basta più creare “terre di nessuno” perchè diventino automaticamente sedi del mito del paradiso perduto.

La concorrenza non avverrà più soltanto tra aree specializzate, ma coinvolge ogni possibile area che sappia proporre ed offrire elementi per un percorso di differenziazione.

E come vi sarà sempre più una concorrenza portata da nuovi spazi, vi sarà una concorrenza portata da nuove modalità turistiche. Sacco a pelo, cicloturismo, trekking, uniti alle forme innovative meno appariscenti, come i soggiorni brevi, il turismo itinerante, i percorsi a tema, porranno in essere altre forme di concorrenza totale.

Nel momento in cui il “tempo libero” diviene accesso diretto alle risorse dell’ambiente, non regolato da forti norme sociali, esso viene a sconvolgere il processo di selezione e di specializzazione degli spazi metropolitani. Gli spazi della vacanza tornano a mescolarsi  secondo percorsi ed itinerari non omogenei nè separati dalla vita ordinaria.

Per fare vacanza non è più necessario nè sufficiente recarsi in una delle aree a vocazione turistica. Ciò che diviene essenziale non è dove si va, ma cosa si fa e come e con chi.

Ciò sottopone ad una grande sfida gli operatori di tutti i comparti dell’attività turistica, commerciale, artigianale, dei trasporti e dei servizi, generando una crisi che, al di là di soluzioni congiunturali, investe le strategie di fondo della politica del turismo.

L’operatore turistico oggi avverte essenzialmente una sfida di carattere professionale. Non può più ripararsi dietro i privilegi della localizzazione, nè solo dietro la qualità del servizio ricettivo. Se da una parte si vanno affievolendo le rendite di posizione, dall’altra si aprono possibilità concrete di sfuggire ad un rapporto di subordinazione rispetto ai centri tradizionali di decisione, alla tendenziale riduzione del suo ruolo nella predisposizione di scelte immobiliari, cui il turismo di massa pareva portare in maniera inevitabile. Non sembra ormai più sufficiente, se non con prospettive di breve periodo, affrontare la crisi con l’accentuarsi dei caratteri del modello precedente.

C’è una seconda possibilità di risposta alla crisi che consiste nel cambiamento del modello di utente assunto come riferimento, e che segue ed incoraggia la manifestazione dei bisogni e delle motivazioni emergenti nella società complessa.

Questo nuovo modello implica la rottura con il vecchio, il superamento di un’offerta incentrata su contenuti tradizionali (sole, mare, ecc.), e si basa sull’apertura di una sfera sovraordinata di imprenditorialità e di professionalità, incentrata sulla produzione di possibilità d’uso differenziato delle risorse.

Non si tratta di offrire una cosa anziché un’altra, ma di offrire possibilità di fare una cosa anziché un’altra, ove la scelta è rimandata sempre più dal produttore all’utente.

Si tratta allora di privilegiare la produzione di informazioni, di forme di comunicazione, di momenti di percezione e di contatto con le risorse, di sedi di mediazioni culturali ed organizzative, in grado di far uscire l’utente dalle pareti chiuse di un pacchetto, e di porlo su un piedistallo dal quale ogni cosa vista e/o sperimentata rimandi ad altre cose e a più ampie possibilità di scelta tra le cose scelte.

L’enfasi si sposta, allora, dalle tecnologie implicite del prodotto finito ( discoteca, stabilimento balneare, parco di divertimento ecc.) alle tecnologie di accesso alle risorse, siano esse prodotti finiti o, più spesso, semilavorati e materie prime offerte al turista dall’ambiente e dalle relazioni sociali locali.

La nuova frontiera dell’imprenditoria deve uscire dallo spazio delimitato “dell’area turistica” e dall’ambito economico dell’impresa ricettiva. Si sposta quindi sempre più in una dimensione astratta, svincolata dai luoghi e dalle strutture immobiliari.

E’ la dimensione del servizio professionale puro, teso a produrre facilitazioni e supporti tecnici all’utenza di luoghi, di simboli, di risorse diversificate e sempre nuove, ovunque esse si presentino o vengano prodotte; tutto ciò teso inoltre a far venire fuori le risorse, soprattutto quelle inedite, presentandole ad una domanda in evoluzione.

Una volta colto il nuovo orientamento della domanda, il problema resta quello di entrare nel nuovo mercato che si delinea, offrendo supporti per risposte alle motivazioni turistiche emergenti.

Uno dei terreni vincenti sarà sempre più dato dal fornire “in tempo reale” risposte alla manifestazione della domanda, abituata, quest’ultima, sempre meno a pianificare, a prenotare, ad acquistare pacchetti fissi, ma sempre più avida di informazioni sulle possibilità e sulle nuove possibilità da sperimentare.

Occorre sollecitare l’autogestione del tempo libero e del turismo da parte dei singoli, nel quadro di una pluralità di gruppi, di iniziative, di attività.

  • Diventa allora turisticamente competitiva ogni località, ogni comunità, ogni cultura che sappia offrire esempi, stimoli, percorsi di diversificazione nell’interpretare e selezionare le possibilità di esperienze e di vita, di rapporto con l’ambiente e di relazioni intersoggettive.
  • L’attrazione, il fascino, la magia, si spostano, allora, dalla quantità di persone che fanno la stessa cosa, alle possibilità che ogni persona faccia cose diverse o interpreti, in maniera diversa, le risorse date.

Il turismo si presenterà, sempre più, come qualcosa che non solo non conosciamo, ma che non è più conoscibile in modo consolidato, nè globalmente, nè per tipologie.

La segmentazione in tipologie e la fissazione di modelli ad esse corrispondenti, aveva grosso significato e rilevanza operativa finchè esistevano simboli sicuri della vacanza. Ma la dispersione individuale dei criteri di selezione del possibile, entra oggi in conflitto con le tipologie predefinite. Non sono più le utenze anormali da considerare eccezioni, bensì le tipologie stesse a divenire provvisorie, deboli.

L’osservazione del turismo si gioca allora nella capacità di passare dalla sfera dei comportamenti a quella delle motivazioni.

Dal momento che non è più l’offerta che seleziona la domanda con le sue stratificazioni ma, al contrario, è la domanda che seleziona l’offerta, quest’ultima deve essere spinta ad un’osservazione più raffinata, e cogliere l’evoluzione qualitativa, valorizzando gli elementi di originalità endogeni.

E’ nel tempo, più che nello spazio, che le varie attività turistiche trovano la loro collocazione motivazionale ed il loro equilibrio. Seguendo la vacanza nel tempo (inizio e fine, fasi di sviluppo, durata e ritmo, sequenze ed evoluzioni), si possono rintracciare quei valori e quelle motivazioni (fattori di spinta e fattori d’attrazione) che danno luogo alle singole scelte, componendole in un’esperienza complessivamente significativa per chi la produce e comprensibile (in taluni casi anche prevedibile) per chi ne organizza i supporti.

Così ampliata, l’osservazione viene ad offrire, oltre ad una conoscenza articolata dell’uso delle strutture turistiche, anche una base conoscitiva per costruire proposte turistiche complesse, rinnovandole costantemente, chiamando lo stesso utente a delinearne fasi e contenuti. E l’elemento dinamico, offerto dalla successione delle esperienze nel tempo, viene a restituire al fenomeno turistico, l’immagine di una conquista progressiva, anche se mai compiuta, fatta di rapporti mai scontati e di innovazione costante, sia per gli utenti che per gli operatori.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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DOCUMENTO CEDEFOP (Centro Europeo per lo sviluppo della formazione Professionale) – Analisi della struttura dei profili nel settore turistico in Italia – Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità Europee – n° rif. isbn 92-826-2259-2 – 1991

GAZZETTA UFFICIALE DELLE COMUNITA’ EUROPEE – Regolamento (CEE) n°2052/88 del Consiglio del 24 Gennaio 1988 – Pubblicazione del 15 Luglio 1988 sulla Gazzetta europea

GAZZETTA UFFICIALE DELLE COMUNITA’ EUROPEE – Atti preparatori della Commissione su “Proposta di regolamento (CEE) del Consiglio recante disposizioni d’applicazione del Regolamento (CEE) n° 2052/88, per quanto riguarda il coordinamento tra gli interventi dei vari fondi strutturali, da un lato, e tra tali interventi e quelli della Banca Europea per gli investimenti e gli altri strumenti finanziari esistenti, dall’altro. Pubblicazione del 03/10/88 sulla Gazzetta Europea

P. GUIDICINI  A. SAVELLI ( a cura di) – Il turismo in una società che cambia – Franco Angeli – 1988

G. GUIDUCCI – Turismo postindustriale – Edizioni Lavoro – Roma – 1989

INNOVAZIONE E SOCIETA’ (a cura della Comunità di ricerca) – Franco Angeli – 1985 – Saggi di: Gian Luca Brena, Ernesto Mascitelli, Leonardo De Tommasi, Donatella Carraro.

PIERO INNOCENTI – IL turismo in provincia di Livorno. Aspetti economici e territoriali – 2 volumi – a cura della C.C.I.A.A. di Livorno – Pacini Ed. Pisa – 1987

WILLIAM LEVATI – L’analisi e la valutazione del potenziale delle risorse umane – Franco Angeli – 1991

E. MASCILLI MIGLIORINI – La comunicazione istantanea – Guida editori – 1987

MINISTERO DEL TURISMO – Secondo Rapporto sul Turismi Italiano – Giugno 1986

MINISTERO DEL TURISMO – Terzo Rapporto sul turismo Italiano – Dicembre 1988

MOVIMENTO CONSUMATORI – Carta dei diritti del turista – V Edizione – 1991

MARK O’HARE – Innovate – Ediz. Franco Angeli – 1990

R. ORTU  C. PICOZZA – L’innovazione dimezzata – Franco Angeli – 88

MARIO QUACQUARELLI ( a cura di ) – La Confesercenti e l’impresa turismo – Edizioni Commercio – 1987

RIVISTA SOCIOLOGIA URBANA E RURALE – Fluttuazione di complessità e costruzioni di senso sul territorio – Numero speciale – Anno VIII – n°19 – 1986

GUY ROCHER – Talcott Parsons e la Sociologia Americana – Sansoni Università – 1975

REGIONE TOSCANA – Programma Regionale di sviluppo 1991 – Pubblicato su Bollettino Ufficiale della Regione Toscana supplemento ordinario n°28 del 15/5/91

REGIONE TOSCANA – Programma delle iniziative promozionali per l’anno 1991 – Settore Turismo – Proposta GRT n° 84 – Settembre 90

GIANFRANCO POGGI – Calvinismo e Spirito del capitalismo – Il Mulino – 1984

GIULIANO PIAZZI – Teoria dell’azione e complessità – Franco Angeli – 1988

GLULIANO PIAZZI – Differenziazione sociale e turismo – Saggio su “il turismo in una società che cambia” – Franco Angeli – 1988

FRANCO PALOSCIA – il grand tour ieri ed oggi – Su Politica del turismo – Anno IV – n°3 – Maggioli editore

GIOVANNI PERONI – Motivazioni e modelli decisionali e di consumo delle vacanze – C.S.T. Assisi – 1986

GIOVANNI PERONI – Marketing turistico – Franco Angeli – 1989

E. PRANZINI  G. VALDRE’ – La gestione dei parchi e delle aree protette – Edizioni delle  Autonomie – 1991

ANTONIO PREITI – Turismo e qualità di massa – Note e commenti Censis – Anno XXVI – n°3/4

POLITICA DEL TURISMO – Rivista specializzata della Maggioli Editore – Consultate annate 1987/1988/1989/1990/1991

QUI TOURING – Periodico – Editore Touring periodici s.r.l. – Consultate le annate 1990 e del 1991 fino al n° 9 del Giugno 91

ALCIDE SPAGGIARI – Il turismo – Ed. Age Reggio Emilia – 1963

ASTERIO SAVELLI – Sociologia del turismo – Franco Angeli – 1989

LEARCO SAPORITO – Il turismo tra Stato e Regioni – Franco Angeli – 1990

JOSE’ SEYDOUX – L’accoglienza al centro della politica del turismo – Su Politica del turismo – Anno IV – n°2 – 1987

FEDERICO TEDESCHINI – Diritto Pubblico per il turismo – Franco Angeli – 1989

TUTTOTURISMO – Periodico mensile – Consultati i numeri: 116/133/134/136/138/140/141/142/143 – Editoriale Domus – Razzano Milano

TURISMO DOMANI – Rivista mensile – Editore Touring periodici s.r.l. – Roma – Consultate annate 1990 e del 1991 fino al n°9 del giugno 1991

UFFICIO DELLE PUBBLICAZIONI UFFICIALI DELLE COMUNITA’ EUROPEE – LUXEMBOURG – Le Istituzioni della Comunità Europea – 1990 – n° catalogo: cc /ad/89/016/it/d

UFFICIO DELLE PUBBLICAZIONI UFFICIALI DELLE COMUNITA’ EUROPEE – Turismo in Europa tendenze nel 1989 – n° catalogo ca-58-90-651-it-c – Bruxelles Lussemburgo – 1991

DENNIS J. KRAVETZ – La rivoluzione delle risorse umane – Franco Angeli – 1991

CONFERENZA REGIONALE TURISMO – FIRENZE – 2004

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CONFERENZA REGIONALE SUL TURISMO 21/22 Gennaio 2004

Seconda sessione “identità, valori, abilità,il valore aggiunto dei nostri territori e del nostro operare”

Linee dell’intervento Dr. Ario  Locci

In questi ultimi anni, i momenti di confronto sulle politiche turistiche, sulle azioni da sviluppare, sui programmi, sono stati molti e produttivi, con il risultato di una proficua collaborazione tra il livello Istituzionale Pubblico, le categorie economiche, il sistema Consortile toscano.

Questo mio intervento cercherà di raccontare il percorso intrapreso dal Consorzio Tirreno Promo Tour, per ottenere un sistema Integrato di gestione della Qualità e della responsabilità sociale conforme alla norma ISO 9000 e SA 8000; abbiamo escluso la ISO 14000  in quanto le questioni ambientali sono poco significative per le attività di un Consorzio come il nostro, che sviluppa essenzialmente politiche ed azioni di incomig turistico, di accoglienza e assistenza.  Con soddisfazione vorrei ricordare che siamo il primo Consorzio turistico d’Italia che ha scelto di andare in certificazione etica e la prima azienda di servizi turistici che ha ottenuto la certificazione etica SA 8000.

Questa scelta è partita dalla necessità di assolvere ad un ruolo pilota e di indirizzo nei confronti delle imprese turistico ricettive consorziate e non consorziate, imprese, le nostre, che hanno sempre più necessità di toccare con mano e con esempi,  processi di innovazione e di trasformazione, tali da dare risposte ad una domanda sempre più evoluta ed esigente.

Non credo sia fuori tema, anche quando parliamo di turismo, ricordarci che esiste una grande sfida, quella della giustizia in economia. Questa non è una sfida nuova, attraversa tutta la modernità, ma i traumatici processi di  globalizzazione dei mercati in essere, la spinge al paradosso.

Il trionfo planetario del mercato totale liquida, in effetti, ogni sopravvivenza delle morali ereditate, delle preoccupazioni etiche degli attori sociali e delle deontologie professionali, che facevano da contrappeso al regno assoluto della finanza.

Il rischio è che la giustizia risulti così tagliata fuori dalla morale “gli affari sono affari” divenendo una grande questione anche per il turismo, che basa il proprio prodotto primario sull’ambiente, il territorio, le identità; quello che gli organizzatori della conferenza hanno chiamato  Toscana Terra Accogliente.

La nostra scelta di andare in certificazione, ha rappresentato e sta rappresentando una grande sfida, in particolare per gli effetti che si andranno a generare sul tessuto imprenditoriale  e dei servizi.

In particolare, la politica di responsabilità sociale prevede, il rispetto delle norme  sul lavoro infantile, sul lavoro obbligato, sulla salute e sicurezza, sulla libertà di associazione e di diritto di contrattazione, sulle discriminazioni, sulle pratiche disciplinari, sugli orari di lavoro, sulle retribuzioni, sul sistema di gestione, ma prevede anche l’impegno formale dei soci, del personale, dei fornitori, dei clienti, delle Istituzioni e del territorio di confrontarsi sulle norme, favorendo l’attività di monitoraggio del Consorzio stesso, ed eventuali azioni di rimedio in caso di non conformità rispetto ai requisiti ed agli standard.

Questo impegno è diventato parte integrante del contratto di fornitura che regola i rapporto tra Consorzio Tirreno Promo Tour, fornitori, clienti, imprese turistiche,  servizi pubblici.

La partita che ci apprestiamo a gestire sulla costa livornese, non sarà  semplice e neppure scontata, ma è una sfida che abbiamo voluto lanciare per rinnovare  il prodotto turistico e per creare quegli elementi di innovazione che troppo spesso si enunciano più per moda che per vera convinzione.

Questo percorso porterà, nel breve periodo, ad un primo gruppo di imprese turistico ricettive che andranno in certificazione, creando valore aggiunto a quanto già fatto dal Consorzio;   lo stesso livello Istituzionale Pubblico livornese sta definendo azioni e iniziative di certificazione ambientale, dei servizi, momenti di valorizzazione qualitativa  territoriale, con l’eventuale possibilità di declinare il  Protocollo Regionale   Benvenuti in Toscana.

La qualità, i prodotti di qualità, si costruiscono anche seguendo  percorsi canonici di certificazione e riaffermando il valore dell’etica. La crisi del turismo che ha colpito la  nostra Regione può essere attenuata anche costruendo prodotti e accoglienza tali da far fare un salto di qualità  all’offerta, fino ad oggi troppo ancorata a rendite di posizione.

La norma morale di Kant “agisci come se tu potessi fare del principio della tua azione una regola universale” propongo che venga assunta come una delle direttrici portanti su cui ripensare e riposizionare l’immagine ed i turismi toscani.

Il sistema consortile così diffuso e dinamico nella nostra Regione, le associazioni di categoria di riferimento, debbono operare per sviluppare un turismo con la T maiuscola, e per quel salto di eccellenza che il turista si aspetta dalla Toscana; l’etica ed i percorsi di certificazione possono portare un grosso contributo in questo percorso, anche sul versante della sostenibilità.

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