Era tanto che non andavo al mercato settimanale e che non respiravo l’aria di un luogo magico che, nel periodo estivo, diviene appuntamento per tutti coloro che si trovano nei dintorni, mescolando gli abitanti del luogo con i molti turisti presenti. Tratti somatici diversi si confondono in lunghe processioni davanti ai banchi delle merci, si intravedono e immediatamente spariscono facce conosciute, incontriamo coloro che avremmo preferito non incontrare, salutiamo amici che non vedevamo da tempo.

In questo clima, per me desueto, mi sono ricordato come, in molte località africane, esista “il capo del mercato”, che ha il compito di rendere conto, al capo del villaggio, che non ha il diritto di entrarvi, ciò che  accade all’interno del mercato stesso. In questi spazi c’è la sacralizzazione del luogo, necessaria al successo ed allo svolgimento pacifico degli incontri. Il mercato è pieno di spiriti, buoni e cattivi, che possono assumere ogni sorta di forma, e che bisogna placare o conciliare.

Il festival di colori e di odori dei mercato africani è innanzitutto uno spazio di socialità specifico, prima di essere un luogo di scambio merci.

Il mercato diviene l’occasione di incontri con amici e parenti dello stesso villaggio, ma anche di villaggi vicini. E’ un luogo in cui si  mescolano le generazioni, i sessi e le etnie diverse.  Il mercato è un terreno neutro dove possono incrociarsi i membri di clan amici e anche nemici: ciascuno depone le armi prima di entrare.

Quando, nel nostro Parlamento e nell’arroventato clima politico, si depongono le armi e si inizia, nel rispetto dei ruoli, a operare concretamente per gli interessi del Paese, dando, per esempio, risposte ai troppi giovani che non vedono, nella loro prospettiva, un futuro lavorativo, tale da rendere dignitosa la loro esistenza.

A. Locci

Agosto 2010