Turismo montano (quarta parte)

 

Mountains are an important source of water, energy and biological diversity. Furthermore, they are a source of such key resources as minerals, forest products and agricultural products and of recreation. As a major ecosystem representing the complex and interrelated ecology of our planet, mountain environments are essential to the survival of the global ecosystem. Mountain ecosystems are, however, rapidly changing. They are susceptible to accelerated soil erosion, landslides and rapid loss of habitat and genetic diversity. On the human side, there is widespread poverty among mountain inhabitants and loss of indigenous knowledge.(….) (Art 13 Agenda 21)

 

 Contesto storico/culturale

 Il turismo montano in Europa è strettamente legato con la storia della catena montuosa alpina, arcuata e dissimmetrica che si estende dal Mediterraneo alla pianura ungherese, per una lunghezza di circa 1200 chilometri. Le montagne più alte seguono, all’incirca, l’asse interno, e le vette più elevate sono quasi tutte raggruppate in prossimità del gomito franco–svizzero, ove la catena è più stretta (massiccio del Monte Bianco, Alpi Pennine e Oberland Bernese). La larghezza della catena è di circa 120 chilometri tra il lago Lemano e Ivrea, e raggiunge i 180 chilometri nelle Alpi del sud, superando i 300 ad est del lago di Como. Le Alpi comunque non hanno né l’ampiezza né la grandiosità delle montagne americane o di quelle dell’Asia centrale. Sono poi attraversate da grandi, numerose e profonde vallate, e dalle appendici delle vicine pianure, il che determina valichi piuttosto bassi ed accessibili. Il superamento e la penetrazione di questo sistema montuoso risulta relativamente facili, con la conseguenza che l’insediamento umano vi è sempre stata possibile.

Data la posizione geografica, le Alpi sono state percorse dalle grandi migrazioni umane e dalle correnti di scambio tra l’Europa del nord e l’Europa mediterranea, mentre i nuclei più isolati sono serviti da rifugio. Questa situazione favorevole ha fatto si che siano state popolate molto presto ed in modo più intenso rispetto alla maggior parte delle grandi montagne del mondo. L’isolamento ha inoltre obbligato gli uomini, più che nelle pianure, a produrre tutto ciò che era necessario, in funzione dell’ambiente circostante; basi di questa vita autarchica erano e sono, l’agricoltura, il legname, l’allevamento. La risorsa acqua ha poi permesso, dai primi del ‘900, la nascita delle grandi centrali idroelettriche, fonti importanti di energia.

L’evoluzione del turismo montano, con i conseguenti flussi, ha seguito specifiche dinamiche. Si può argomentare che inizia nel periodo del Grand Tour, quando i ricchi rampolli aristocratici attraversavano le Alpi, per la visita obbligata del nostro paese.

Non è che nel mondo antico non vi fossero state esperienze di rapporto uomo montagna. Si ricordano l’impresa del cartaginese Annibale (218 a.C.) che trasportò l’intero suo esercito dalla Spagna all’Italia, passando per le Alpi, o l’escursioni dei pellegrini cinesi sulle montagne del Pamir, quelle dei missionari occidentali del cinquecento sui monti del Kashmir o del Tibet, o dei cristiani che dall’Europa andavano in pellegrinaggio a Roma. Gli eserciti, che da tempi immemorabili partivano per le conquiste o tentavano la conquista della penisola, attraversavano le Alpi mossi dalla strategia militare, mentre i pellegrini seguivano un percorso di fede.

Francesco Petrarca, in una delle sue Epistole familiari, racconta, con ricchezza di particolari e di annotazioni,  l’impresa del 1336 in Provenza, quando scalò il monte Ventoux (1912 m.). Nel racconto di Petrarca si anticipa quella che sarà l’ispirazione del futuro alpinismo classico; si tratta di un’impresa spirituale oltre che fisica, in cui l’uomo si misura con la propria capacità di disciplina, di autocontrollo, di resistenza, mettendosi in competizione con la realtà, decidendo se vuole dominarla o esserne dominato.

La montagna è percepita come luogo del mistero, della paura, inaccessibile e temuta. Luogo per pellegrini, militari, e per pochi intraprendenti boscaioli, pastori e cacciatori. 

Nella storiografia classica e fino al Rinascimento, si fa riferimento costante a “orrende montagne”, luoghi “inutili”, “spaventosi”, con “ripidi e stretti sentieri”, con “terribili pareti di roccia”, con “rozze capanne in bilico sulle rupi”, con “bestiame rattrapito dal gelo”, popolate di “uomini barbuti ed irsuti, esseri animati e inanimati irrigiditi nel ghiaccio”, il tutto “più orrendo alla vista che nei racconti”.

Il Medioevo aveva poi popolato i monti di mostri e di santi, di diavoli e di Madonne, di streghe e di “revenants“, la cui apparizione scandiva il viaggio del pellegrino, del soldato o del mercante, e non aveva intaccato il sentimento di orrore che attanagliava il viandante tra le rupi e le nevi. Mercanti, pellegrini, soldati, studenti ed artisti avevano attraversato il Moncenisio, il Monginevro, il Piccolo e il Gran San Bernardo, il Sempione e il Gottardo, ma ne erano fuggiti rapidamente, senza intaccare quell”immagine della natura e degli uomini lasciata dai classici. Sacre o maledette, dimore di Dio o del demonio, le montagne erano considerate luoghi non adatti per il viver civile, abitate da popolazioni “pericolose e selvagge”.

Con il Rinascimento italiano, inizia la ricerca scientifica; la natura e la montagna divengono fonti di documentazione. Nel 1555, Corrado Gessner si accinge alla scalata della cima alpina del Pilatus, perché interessato a definire, con precisione, la fisionomia e la morfologia delle catene alpine. Il parroco zurighese Josias Smiler, nel 1574, scrisse un prontuario di indicazioni e consigli pratici per coloro che fossero interessati all’alta montagna, ponendo il problema delle escursioni come problema pratico, oltre che spirituale e scientifico. Siamo però in presenza di iniziative sporadiche e d’avanguardia.

Dal XVI° secolo, le montagne  destano nuovi interessi, anche per la nascita dei moderni “stati nazionali europei”. I valichi sono un problema di sicurezza nazionale, quindi presidiati da militari. Cartografi, ingegneri delle strade e delle fortificazioni, esplorano, per necessità le Alpi, anche se ciò  non modifica l”immagine della montagna ereditata dal mondo classico. La cartografia fu  considerata  segreto di Stato, e le relazioni delle  prime escursioni alpine rimasero gelosamente custodite negli archivi e nelle biblioteche di corte.

Il clima culturale preromantico (invito di Rousseau al “ritorno alla natura”), e l’Illuminismo, determinano un nuovo rapporto uomo/natura; filosofi, scienziati, artisti, scrittori e poeti, vanno descrivendo il fascino e l’amore per la montagna.

Le montagne divengono una delle mete privilegiate del viaggio europeo, luoghi pieni di fascino ove ricercare “il pittoresco” ed il “sublime”, in presenza di una natura “selvaggia e misteriosa”, con uno stile di vita “sano e virtuoso” a contatto con i “fieri e saggi montanari, buoni selvaggi”. Non si fugge più dalle montagne per raggiungere la città, ma si lasciano le città per incontrare e godere l’incanto delle vallate alpine.

Nasce il viaggio in montagna, che avrà caratteristiche nuove, da farsi a piedi o a dorso di mulo, senza servitori e lussi, al di fuori degli itinerari conosciuti. Si parla di  wilderness (meditazione spirituale), e di fuga dalla civiltà. Nel mondo culturale dell’epoca, le Alpi si affermeranno come “categoria dello spirito”.

Nel momento in cui gli alpinisti iniziano la scalata delle prime impegnative vette,  eccentrici viaggiatori, ma anche intere famiglie, invadono gli alpeggi, scalano montagne, determinando la condizione per la nascita del turismo montano. Questo fenomeno viene percepito dai montanari, come “strana gente” che d’estate, invece di lavorare, si arrampicano faticosamente sulle cime, senza apparenti motivazioni.

Il circuito di modernizzazione ormai avviato, rischierà di cambiare, nel giro di un breve periodo, la vocazione degli spazi alpini, con possibili conflitti sul piano socioeconomico ed identitario. Il fenomeno è assimilabile a quanto avvenuto nel turismo balneare, allorquando il sole ed il bagno di mare cambiarono, e per sempre, interi territori costieri. La millenaria civiltà agropastorale è indotta a trasformare le baite in alberghi, i pastori ed i boscaioli in operatori turistici e guide, il palcoscenico  naturale in parco divertimenti “per cittadini annoiati”.

Scriveva Manfredo Vanni in un articolo pubblicato nel febbraio 1939 su I Paesi del Mondo “.. Quali lavori, infatti, sono lasciati al forte valligiano? La spalatura della neve dalle strade e, per pochi privilegiati,la professione del maestro di sci e quello di guida alpina. Ma se la prima è naturalmente di pochissimi, la seconda, quella della guida, decade sempre più. Il nuovo concetto agonistico ed acrobatico ha profondamente modificato il vecchio alpinismo, da taluni detto romantico, svalutando così la funzione della classica guida, che nelle gare acrobatiche estive e negli esibizionismi sciistici invernali non ha più ragione d’essere(….).

 Il rischio per gli ambienti montani, specialmente nei momenti di più sfrenata richiesta di utilizzazione, è stato anche quello di percorsi di omologazione della cultura e dell’identità delle popolazioni alpine. Questo pericolo è stato in parte sventato, anche grazie all’affermazione di un modello di sviluppo, teso a conciliare la difesa dell’ambiente con le ragioni dell’economia, la specificità alpina con il turismo, la tradizione con la modernità.

 

L’alpinismo

 

La pratica alpinistica inizia, in modo organizzato, a partire dal 1700, quando inglesi, Svizzeri ed italiani portarono a termine imprese ritenute, per l’epoca, impossibili, con il superamento dei 3.000 metri. In una prima fase saranno gli inglesi a valorizzare la montagna, proponendo l’alpinismo come divertimento e “moda del tempo”.

Al centro della “passione per l’alta quota”, il Monte Bianco (4810 m.).  Inizia nel 1760, per iniziativa di Horace Benedict de Saussure, filosofo, fisico, geologo ginevrino, la gara per la scalata della vetta. Dopo numerosi tentativi che vedono lo stesso de Saussure tra i protagonisti, furono un medico di Chamonix, Michel Gabriel Paccard  e Jacques Balmat, l’8 agosto 1786 a raccogliere l’ambito traguardo. Il successo intensificò il desiderio di ripetere l’impresa e cercare nuove vie; la vetta fu nuovamente raggiunta nel luglio e nell’agosto dell’anno successivo, anche da una spedizione composta dallo stesso de Saussure, che descrisse, in un racconto di grande successo, l’avventura di cui era stato protagonista. La prima donna che compì con successo l’ascensione al Monte Bianco fu, nel 1808, Maria Paradis, una cameriera di Chamonix.

Dopo il Monte Bianco, altre cime inviolate delle Alpi cedono agli alpinisti, sia italiani che stranieri. Prevale un forte spirito agonistico, che fa gradualmente passare in secondo piano, l”interesse scientifico per la conoscenza e la descrizione della natura, caratteristica del periodo illuminista. Inizia a prevalere un nuovo volto dell’alpinismo, che si caratterizza come attività sportiva. Nella storia delle scalate alle principali vette dolomitiche, si riscontra che l’interesse sportivo è costituito non tanto dall”altezza, ma dalle difficoltà tecniche, dovute alla particolare morfologia delle rocce calcaree.

Grazie all’intuizione dell’inglese Johan Bali, prende piede l”associazionismo tra gli amanti della montagna. Si costituiscono le prime associazioni alpinistiche: l”Alpine Club inglese nel 1857, l”Österreichischer Alpenverein  austriaco nel 1862, il Club Alpino Italiano (C.A.I) nel 1863, il Deutscher Alpenverein nel 1869, la Società degli Alpinisti Tridentini (S.A.T.) nel 1872, lo Schweizer Alpen-Club (SAC) nel 1863, il Club Alpino Francese nel 1874.

Possiamo schematizzare alcune fasi storiche dell’alpinismo, escludendo, in questa analisi, le motivazioni di natura militare, economica, religiosa che seguivano logiche proprie e diverse dallo spirito di questo lavoro.  

Nel periodo che indicativamente va dal 1786 al 1880, l’esplorazione e la conquista delle montagne è mossa da spirito d’avventura e non più da motivazioni di carattere scientifico. In pochi decenni tutte le principali vette delle Alpi vengono conquistate ed iniziano timidamente le prime esplorazioni fuori Europa. Il movimento turistico è principalmente mosso  dall’alpinismo, ed ha quali principali protagonisti, la nobiltà e la borghesia inglese e tedesca, che si facevano accompagnare, nelle loro imprese, da valligiani svizzeri, francesi, italiani.

La fase successiva (1880/1914), è caratterizzata dalla ricerca di nuovi percorsi per salire sulle cime. E’ l’epoca delle pareti glaciali delle Alpi Occidentali e delle rocce dolomitiche. Ha inizio la fase delle scalate senza guida, che caratterizzerà l’alpinismo moderno.

La terza fase (1900/1945) è l’epoca d’oro delle grandi arrampicate libere, caratterizzata da progressi tecnici e tecnologici quali il chiodo, il moschettone, la corda doppia. Il periodo si caratterizza per discussioni sugli strumenti da utilizzare in arrampicata e per rivalità nazionaliste. Gli anni ’30 furono pieni di successi per l’alpinismo italiano.

Il dopoguerra (1945/1960) é caratterizzato da importanti novità tecniche, tra cui l’introduzione della suola Vibram, e l’evoluzione del chiodo, che venne prodotto in varie fogge e misure, fino alla proposta del chiodo a pressione. E’ anche l’epoca delle grandi esplorazioni extraeuropee, con la conquista delle cime sopra gli 8.000 metri. Le spedizioni hanno necessità di importanti mezzi economici, coinvolgono i grandi club alpini, ed i governi nazionali. Le imprese diventano leggendarie, con un tributo pesante di vite umane. 

Il periodo 1960/1980, definito “degli americani”, si caratterizza per il rifiuto dell’arrampicata supportata da alta tecnologia, per il rifiuto dei chiodi ad espansione, torna l’arrampicata libera come mezzo espressivo. Le pareti debbono rimanere “intatte”. Si affermano grandi personaggi come Messner e Cozzolini, necessitano preparazione fisico-atletica e psicofisica. Si sviluppa l’arrampicata sul ghiaccio, grazie alla nuova tecnica frontale (piolet traction).

Siamo ai nostri giorni; l’arrampicata sportiva e l’alpinismo sono considerati un “bene di consumo”, vi è forte competizione, lo slogan è “no limits”.

 

Sci e turismo della neve

Alle origini del turismo moderno, gli ambienti marini erano frequentati in inverno, quelli montani in estate. Il mare  accoglievano i ricchi aristocratici e borghesi che andavano a beneficiare del clima mite, mentre, per primi poeti e uomini di cultura, scelgono di trascorrere  le calde e assolate estati nei villaggi alpini impegnati in escursioni, passeggiate, a contatto con natura e paesaggio. Fino al secolo scorso molti luoghi montani di media e bassa quota, venivamo promossi come “stazioni climatiche”. Quando lo sci inizia ad affermarsi e diviene un fenomeno per larghi strati di popolazione, in montagna nasce la doppia stagionalità. Ma sarà con la costruzione degli impianti di risalita a servizio delle piste, e successivamente con l’innevamento artificiale, che il turismo invernale e della neve, si affermerà definitivamente.

 Fondamentale, per la nascita dello sci contemporaneo, le innovazioni tecniche apportate dall”eclettico pittore-inventore Mathias Zdarsky, che, alla fine dell”800, accorcia gli sci, portandoli a 180 cm. (prima oltrepassavano i 3 metri) e sperimenta circa 200 tipi di attacchi, brevettandone 25.

Prima della diffusione in Europa centrale, lo sci si sviluppò tra i cercatori d’oro a metà ‘800, in Canada, nel Nevada, ed ai confini della California.

Nelle valli alpine italiane gli sci arrivarono con ritardo, con eccezione di una zona molto limitata della Carnia, grazie ad una singolare circostanza; nella Guerra dei trent”anni vi era anche un gruppo di soldati scandinavi che, dopo la  pace di Vestfalia del 1648, decisero di rimanere in Carnia. Per gli spostamenti continuarono ad utilizzare questi strumenti, anche se questo uso non fece molta presa sui valligiani.

Per la diffusione dello sci in Italia dovranno passare altri due secoli, quando, nel 1886, l’alpinista Edoardo Martinori, di ritorno da una traversata in sci della Lapponia, portò con sé il paio da lui usato, di cui fece dono alla sezione romana del Club alpino italiano, suscitando un notevole interesse nella stampa dell’epoca.

Dieci anni dopo, l”ingegnere svizzero Adolfo Kind, di ritorno da uno dei suoi viaggi in Svizzera, dove già esistevano artigiani che firmavano i propri sci, ne portò con sé un paio in frassino, che allora si chiamavano ski, di marca Jakober, e li mostrò agli amici, che ben presto si fecero contagiare dalla passione, creando così, in pochi anni un vero e proprio Club, di “skiatori”, poi “scivolatori”, infine “sciatori”. Per merito di quel collettivo, il 21 Dicembre 1901, venne fondato lo Ski Club Torino, i cui membri si riunirono nella sede del Club Alpino Italiano.

Il decennio 1886-1896 sembra segnare, l”atto di nascita ufficiale dello sci in Italia (fino ad allora ski). La nascita degli sci in materiale metallico, che sostituirà quelli in legno, si deve ad un pilota di idrovolanti (Head) che provò ad usare i pattini di riserva dell’idrovolante; l’ottimo risultato ottenuto, lo indusse a fondare l’omonima fabbrica, dando inizio ad una fortunata produzione.

Causa del ritardo nella diffusione dello sci nel nostro paese, anche le grandi pendenze delle Alpi, che rendono questi strumenti poco efficaci per gli spostamenti.

Fino al 1920, lo sci si collocò in fondo alla preferenza dei turisti, che preferivano il pattinaggio, varie forme di slitte, e gli sport sulla neve che si andavano diffondendo, come il curling, l’hockey su ghiaccio, lo stesso tennis. 

 Importanti, per lo sviluppo del turismo della montagna, saranno le Olimpiadi, sia estive che invernali, con la loro valenza di appuntamento sportivo di livello mondiale, sempre più seguite da appassionati e vacanzieri.

Fu lo svedese Viktor Gustav Balk a proporre l’organizzazione di Giochi Olimpici riservati alle sole  discipline invernali, ma non trovò, all’epoca, sufficienti sostenitori. Durante le Olimpiadi estive di Londra del 1908, in modo sperimentale, si disputarono quattro gare di pattinaggio artistico. Bisognerà però aspettare le Olimpiadi di Anversa (1920) per vedere il pattinaggio e l’hockey su ghiaccio. Nell’inverno del 1924 fu organizzata a Chamonix, Alta Savoia, la “Settimana internazionale degli sport invernali”, come prologo alle Olimpiadi estive di Parigi. I giorni di gara furono dieci e nove le discipline in programma: biathlon (si trattava in realtà di “pattuglia militare”, progenitore del moderno sport), bob, combinata nordica, curling, hockey su ghiaccio, pattinaggio artistico, pattinaggio di velocità, salto dal trampolino e sci di fondo; la manifestazione registrò 292 atleti (279 uomini e 13 donne) e 16 le nazioni partecipanti.

Nella sessione del Cio del 1926, i membri del Comitato decisero, a posteriori, di fregiare Chamonix 1924, della qualifica di Olimpiade, rendendola di fatto la prima edizione ufficiale dei Nuovi Giochi Olimpici invernali.

Nel 1928, la seconda edizione dei Giochi Olimpici invernali, vennero affidati alla città svizzera di St. Moritz. Con interruzioni dovute agli anni di guerra, le Olimpiadi invernali si susseguiranno ogni 4 anni, interessando e coinvolgendo tutti i paesi del mondo.  

 In Europa, nel periodo tra le due guerre, le località di turismo invernale segnarono una significativa crescita sia in termini di alberghi che di impianti sportivi, specialmente nelle zone che aspireranno a divenire sede dei giochi olimpici.

Negli anni trenta si sviluppano alcune stazioni di sport invernali, chiamate di prima generazione, perché nate attorno al nucleo originario del villaggio montano, che trasformerà la propria economia da rurale a turistica, e la propria identità urbanistica in residenziale, con accentuate caratteristiche di stagionalità. 

Nel secondo dopoguerra, la tipologia dei centri montani per gli sport invernali, cambierà radicalmente; gli insediamenti saranno realizzati a quote più alte (1600/1800 metri), con al centro gli impianto di risalita, e non più i villaggi originari. I servizi in dotazione saranno quelli minimi indispensabili, con poche opportunità di socializzazione. Per funzionare avevano bisogno dell’uso dell’autovettura o di efficienti servizi di trasporto. Siamo nella seconda generazione.

Negli anni sessanta si assiste alla cosiddetta terza generazione che si accentra sulla costruzione, ex novo, di nuclei abitativi di carattere turistico, con blocchi di cemento multipiani, adibiti ad appartamenti stagionali, in zone dove non esisteva nulla, determinando un forte impatto ambientale, e poca stabilità economica per i territori coinvolti.

Questo fenomeno fortunatamente dura pochi anni; negli anni settanta si sviluppa la quarta generazione di stazioni di turismo invernale, che va a posizionarsi sui 1400 metri, in modo da poter garantire l’innevamento, ma con la logica di sviluppare e incentivare insediamenti di tipo residenziale stabile.

 Significativa delle diverse filosofie turistiche, la storia di due località, Sestriere e  St. Moritz.

 La nascita del Sestriere è strettamente legata alla famiglia Agnelli ed in particolare a Giovanni, che tra il 1931 ed il 1934,  a 90 chilometri da Torino, presso la vecchia stazione di Salice d’Oux, circa 900 m. di altezza, fece costruire un complesso di ospitalità per una nuova clientela turistica. Il progettista, Vittorio Bonadè-Bottino, esponente di spicco del razionalismo, allora imperante in architettura, riuscì a concretizzare una progettazione integrata, tale da coniugare l’ospitalità alberghiera con gli impianti di risalita sciistica, il tutto interno agli edifici a torre. Il promotore del Sestriere, leader europeo dell’industria automobilistica, riuscì a concretizzare il trinomio, sciatore, automobile, piste di sci. Nel 1937 il Congresso Internazionale di Architettura Moderna (CIAM) mette al centro della propria discussione lo sviluppo del turismo montano e due anni dopo, il grande Le Courbusier progetterà la stazione invernale di Vars. Gli architetti razionalisti, nella loro progettazione, avranno ben chiaro gli aspetti tecnici dello sviluppo turistico montano, dall’esigenza di un piano nazionale (come nel caso francese), alla necessità di trasporti e comunicazioni agevoli, arrivando fino ai dettagli di “statuti del terreno”, che preludono agli espropri praticati su larga scala nell’immediato dopoguerra. La “politica fondiaria”, per esempio, è alla base dell’intuizione francese nel costruire località turistiche.

St. Moritz, rinomata stazione di villeggiatura svizzera del Cantone dei Grigioni, era già conosciuta nel Rinascimento sia come mèta di pellegrinaggio che come centro termale. Il tentativo di cambiare l’immagine di St. Moritz iniziò con la realizzazione, nel 1832, di uno stabilimento termale, ma sarà grazie ad un albergatore lungimirante, Johannes Badrutt, che con il suo  Kulm Hotel St.Moritz, incastrato nello scenario unico dell’Engadina, che il miracolo si avvererà. Si racconta che nell’autunno del 1864, egli decise di accettare una scommessa con i suoi clienti, prevalentemente inglesi, decantando il clima invernale, il sole e le favorevoli condizioni climatiche.  Se non fossero stati soddisfatti, era disponibile ad offrire il soggiorno invernale gratuito. La scommessa fu vinta; iniziò, un lento ma costante arrivo di turisti nei mesi invernali, facendo si che dopo qualche anno si iniziò a parlare di una vera e propria stagione invernale, con il conseguente adeguamento delle strutture ricettive, ricreative e sportive della cittadina di St. Moritz. A questo albergatore, St. Moritz deve anche alcune innovazioni quali il telefono, il wc nelle camere, gli ascensori idraulici, il riscaldamento con aria calda. All’inizio del novecento, durante i mesi invernali, venne avviata la pubblicazione di due giornali, uno in lingua inglese e l’altro in tedesco, da inviare gratuitamente a tutti gli alberghi europei di fascia alta ed alle compagnie di navigazione. Fu costruito il sentiero che risaliva la Cresta Road, realizzata una pista di sci, gli alberghi mettevano a disposizione della clientela i primi American bar con feste notturne, St. Moritz venne collegata alla rete ferroviaria svizzera, francese e tedesca. L’aristocrazia europea la sceglie come mèta dei propri soggiorni invernali, si sviluppano i grandi alberghi, nel 1905 viene inaugurato il Grand Hotel.  In modo definitivo con i giochi invernali del 1928, St. Moritz diviene la località più alla moda per il turismo montano. Sarà comunque solo dopo gli anni ’60 che il turismo invernale diventerà più importante di quello estivo.  Uno dei modi originali per visitare la località e la valle circostante è rappresentato dalla ferrovia retica, con i due famosi tremi panoramici, il “Glacier Express” ed il “Bernina Express”.

 

Mountain Wilderness e Tesi di Biella (da http://it.wikipedia.org/wiki/Mountain_Wilderness#cite_note-0)

 

Mountain Wilderness (MW) è un”organizzazione internazionale fondata nell’autunno del 1987 da un gruppo di alpinisti di ogni parte del mondo, riuniti su sollecitazione del Club Alpino Accademico Italiano e della Fondazione Sella, per individuare e definire le strategie di contrasto alla progressiva degradazione delle montagne del mondo e degli ultimi grandi spazi deserti. In quella occasione è stato approvato il documento Le Tesi di Biella in cui è sancita la costituzione di un movimento organizzato di carattere internazionale, cui viene dato il nome Mountain Wilderness – alpinisti di tutto il mondo in difesa della montagna. Mountain Wilderness è nata per difendere l’ambiente montano fisico e il patrimonio di esperienze che in esso è possibile vivere, per salvaguardare i grandi spazi incontaminati. L”Associazione è presente in Italia, Francia, Spagna, Svizzera, Slovenia, Germania, Belgio, Pakistan, e Stati Uniti. Annovera tra i soci fondatori ed i garanti alcuni dei più famosi alpinisti del mondo. 

Le principali iniziative:

- manifestazioni annuali per la slot machines online for real money costituzione del Parco Internazionale del Monte Bianco (Italia, Francia e Svizzera);

- iniziative per l”istituzione di aree protette (Gran Sasso/Laga, Alpi Apuane e Gennargentu);

- progetto PEACE (Parco Europeo delle Alpi Centrali);

- collaborazioni con Parchi già istituiti;

- azioni di contrasto contro i progetti funiviari della Forcella Palantina al Cansiglio, del Monte Olimpo in Grecia, dei Picos de Europa in Spagna, del Glacier de Chavière nel Parco della Vanoise in Francia ;

- impegno a difesa dell”integrità della Marmolada;

- impegno per il rispetto dei codici di autoregolamentazione riguardanti i rifugi e le vie ferrate, con l”applicazione di norme sulla gestione delle strutture idonee e la dismissione di quelle inutili o pericolose;

- richiesta di chiusura di strade carrozzabili in montagna, (vedi Colle del Nivolet, alle Tre Cime di Lavaredo e Val Genova);

- organizzazione della spedizione ecologica in soccorso delle grandi montagne extraeuropee, “Operazione FREE K2″ che ha portato a termine la riqualificazione ambientale della seconda vetta del pianeta, liberandone il campo base e le pendici del monte da tonnellate di rifiuti e corde fisse abbandonate dalle spedizioni. Da questa spedizione è stato tratto un documentario dal titolo FREE K2 trasmesso dalla RAI negli anni “90 per la regia di Alessandro Ojetti con la colonna sonora di John Sposito dalla quale ne è stato tratto un Compact Disc prodotto dalla Prestige Records London attualmente in vendita su iTunes;

- presentazione di una proposta di legge contro l”eliski, e richiesta di norme precise per la regolamentazione dell’uso delle motoslitte e dei veicoli fuoristrada;

- collaborazione con governi di Pakistan e India per l’organizzazione di corsi di alpinismo ecologico;

- studio di un progetto di sviluppo per le Ande compatibile con le caratteristiche ambientali e culturali dei luoghi;

- missione Oxus in Afghanistan, per riaprire il turismo alpinistico.

Si pubblica (http://9000.zope.himiko-xen8.redomino.com/Projects/db010/mountainwilderness/chi-siamo/le-tesi-di-biella) il manifesto programmatico dell”Associazione Mountain Wilderness:

 

1. Il concetto di Wilderness

1.1 – Il concetto di Wilderness, traducibile come natura selvaggia, non trasformata da attività antropiche, include necessariamente valutazioni psicologiche ed etiche. Ciò è particolarmente vero per l”alpinismo.

1.2 – Per wilderness montana intendiamo quegli ambienti incontaminati di quota dove chiunque ne senta veramente il bisogno interiore può ancora sperimentare un incontro diretto con i grandi spazi e viverne in libertà la solitudine, i silenzi, i ritmi, le dimensioni, le leggi naturali, i pericoli. Il valore della wilderness risiede dunque soprattutto nella sua potenziale capacità di stimolare un rapporto creativo tra l”uomo civilizzato e gli ambienti naturali. E’ il grado di autenticità di questo rapporto a dare un senso non effimero all”avventura.

1.3 – Poiché richiede un coinvolgimento totale, l”esperienza della wilderness assume una particolare importanza nelle società complesse e parcellizzate in cui vive la maggioranza degli alpinisti. Essa infatti può stimolare una reazione vitale contro i limiti di un sistema che tende ad appiattire sempre di più gli esseri umani, a circoscriverne le responsabilità, a rendere prevedibili e pilotabili comportamenti e bisogni, a limitarne l”autonomia decisionale ed emotiva.

1.4 – Di conseguenza è dì importanza fondamentale maturare in piena consapevolezza delle innumerevoli connessioni che uniscono i valori ecologico-ambientali ai valori etici, estetici e comportamentali. Proprio in tali connessioni infatti si situa il senso dell”alpinismo come espressione di cultura.

2. Degradazione della Wilderness. Responsabilità

2.1 – La comunità degli alpinisti e le associazioni in cui essi si riconoscono, hanno storicamente precise responsabilità nella degradazione della wilderness montana, sulle Alpi come nel resto del mondo. Una responsabilità che, pur essendo il più delle volte soltanto indiretta o involontaria, non risulta meno condannabile. Indifferenza, ignoranza, insensibilità nonsono mai giustificabili.

2.2 – Il desiderio – teoricamente comprensibile – di convertire il maggior numero possibile di persone alla pratica della montagna, facilitandone l”avvicinamento, ha innescato spesso processi di deleteria antropizzazione. Per fronteggiare la crescente domanda che ne è derivata si è ricorso all”apertura di nuovi rifugi, all”ampliamento di quelli esistenti, alla messa in opera di vie ferrate e di altri incentivi al consumo. Ma questa politica contiene gravi errori di valutazione. Essa infatti trascura i valori di wilderness – e della solitudine che la caratterizza – come cardini irrinunciabili della qualità dell”alpinismo. Noi crediamo che la progettazione e la capienza dei rifugi non debbano inseguire la richiesta dei potenziali frequentatori, ma vadano misurate sulla quantità di presenze che gli ambienti naturali, resi più facilmente fruibili grazie a tali ricoveri, possono sopportare senza perdere di significato. Rifugi e bivacchi fissi non debbono in nessun caso essere posti lungo itinerari di salita, o in prossimità di vette, o comunque in posizioni che possono recare pregiudizio alla grandiosità selvaggia dell”ambiente e ai suoi significati.

2.3 – La wilderness è anche gravemente compromessa dalla penetrazione dei mezzi di trasporto meccanici. La comunità degli alpinisti ribadisce con forza la propria opposizione alla proliferazione incontrollata dello sci da pista, con le sue pesanti infrastrutture speculative e la povertà culturale della sua offerta. Una regolamentazione severa degli sport invernali, su base nazionale e sovranazionale, è da considerarsi una necessità urgente. Inoltre vanno vietati sia l”uso di mezzi aerei per depositare turisti e sciatori in alta quota, sia la costruzione di nuovi impianti a fune che raggiungono vette, forcelle, ghiacciai per collegare vallate, o possono comunque degradare il fascino ambientale e l”impegno alpinistico delle zone da essi toccate.

2.4 – Anche interventi che da un punto di vista strettamente ecologico-paesaggistico causano un impatto ambientale di scarso rilievo, possono rivelarsi deleteri perché alterano, o limitano, o inibiscono la ricchezza delle esperienze possibili. Basta una sequenza di corde fisse abbandonate, per privare una parete di gran parte del suo “senso”. Inoltre stanno prendendo piede approcci alla montagna che, pur non arrecando direttamente pregiudizio all”integrità dell”ambiente, di fatto per il loro predominante carattere consumistico-spettacolare, diffondono messaggi ambigui e favoriscono l”affermarsi di una mentalità incline a considerare la montagna come un semplice supporto per attività sportivo-ricreative.

2.5 – Bisognerebbe anche cominciare ad interrogarsi sugli attentati al significato originario della wilderness causati da descrizioni tecniche eccessivamente circostanziate, le quali spesso riducono considerevolmente la possibilità della scoperta e le soddisfazioni insostituibili che essa procura.

2.6 – L”inquinamento delle coscienze è meno visibile dell”inquinamento da rifiuti, ma non per questo meno dannoso. Ne deriva che sugli alpinisti, soprattutto quelli che per le loro imprese hanno acquistato tra il pubblico degli appassionati un particolare prestigio, ricade una pesante responsabilità. I loro comportamenti verranno presi a modello, i loro esempi verranno seguiti. Inutile dunque predicare il valore formativo dell”avventura in montagna, o sottoscrivere manifesti in difesa della wilderness, se poi si rinuncia ad agire con assoluta coerenza quando entrano in gioco l’affermazione personale, l”agonismo o altri interessi sportivi ed economici. Nessun alpinista può arrogarsi il diritto di giudicare dall”esterno le motivazioni interiori di altri alpinisti, né criticare le loro scelte sulla base di libere regole del gioco, contrabbandate come confini morali. Tuttavia è fin troppo ovvio che la credibilità nel campo della difesa della qualità dell’ambiente montano dipende totalmente dalla coerenza di ciascuno.

2.7 – Purtroppo tale coerenza è stata fino ad oggi smentita dal comportamento di moltissime spedizioni nell”Himalaya o nelle Ande. La responsabilità per l”attuale degradazione della wilderness di quei luoghi eccezionali ricade interamente sugli alpinisti. Anzi, sui migliori di loro. Spetta dunque alla comunità alpinistica il compito di formulare un severo codice di comportamento e di fare in modo che esso venga effettivamente rispettato.

2.8 – In tale contesto è da considerarsi colpa grave l”abbandono dei campi di quota e delle corde fisse, così come l”abbandono o il semplice seppellimento dei rifiuti solidi. Anche quando a ciò si venga costretti da situazioni d”emergenza, ogni sforzo dovrà essere fatto in seguito per cancellare qualunque traccia del proprio passaggio.

2.9 – Nelle regioni montuose a clima arido, e in ogni caso al di là degli ultimi insediamenti umani, le spedizioni debbono evitare assolutamente l”utilizzazione di legna da ardere raccolta sul posto. Il ripetuto passaggio di carovane numerose causa la desertificazione delle alte valli e l”impoverimento di un mantello vegetale prezioso, cresciuto con incredibile lentezza. Una sola cena può provocare la scomparsa di decine di arbusti alti pochi palmi ma spesso centenari.

3. Wilderness e popolazioni montane

3.1 – Il ripetuto passaggio delle spedizioni, seguito dallo stillicidio dei gruppi di trekkisti, sta provocando profonde trasformazioni delle popolazioni locali, nei loro livelli di benessere materiale, nella loro mentalità, nell”organizzazione del tessuto sociale, nella loro cultura tradizionale. Arduo valutare quanto di positivo e quanto di negativo celino tali trasformazioni, essendo al riguardo discordi i pareri degli esperti. Sembra comunque ragionevole ritenere che quegli improvvisi flussi di liquidità e di beni materiali, ai quali accedono più facilmente i giovani che gli anziani, possano produrre degli effetti destabilizzanti, introducendo parametri di valutazione tipicamente “occidentali” all”interno di gruppi umani del tutto impreparati ad interpretarli correttamente; inoltre, l”eventuale e sempre possibile dirottamento di tali flussi verso altri obiettivi, espone a gravi disagi le popolazioni locali, ormai disabituate a sopravvivere utilizzando solo le professioni tradizionali. A ciò si aggiunge la scarsa preparazione storico-antropologica della maggioranza degli alpinisti e la loro conseguente difficoltà ad uscire da categorie di giudizio europo-centriche per accettare la diversità, rispettandola anche quando essa può apparire incomprensibile. E altamente auspicabile che il dibattito su tali tematiche si allarghi, acquistando profondità. Nessuno deve restare indifferente di fronte al dubbio che il suo comportamento possa aver causato la degradazione etico-sociale-culturale di altri uomini, o di aver messo a repentaglio con leggerezza le loro vite.

3.2 – Troppo complesso sarebbe, in questa sede, trattare in modo credibile ed esauriente il problema del rapporto tra l”alpinismo e le popolazioni delle montagne. Tale problema tuttavia esiste; la comunità degli alpinisti deve impegnarsi ad affrontarlo.

4. Strategia

4.1 – Sarebbe inesatto sostenere che nulla è stato fatto dagli alpinisti e dalle associazioni alpinistiche per difendere la wilderness montana. Però tal iniziative hanno avuto effetti pratici assai limitati.

4.2 – E’ giunto il momento di compiere un deciso passo avanti. Gli alpinisti di tutto il mondo, riuniti al Convegno Mountain Wilderness di Biella, intendono dare vita a un movimento organizzato di tipo nuovo, capace di elaborare strategie coraggiose, anticonformiste ed efficaci, per difendere e recuperare gli ultimi spazi incontaminati del pianeta. Queste strategie devono prevedere il ricorso sistematico ad azioni concrete, anche attraverso l”uso della provocazione utopistica, per stimolare la crescita dei livelli di consapevolezza ambientale di strati sempre più ampi di frequentatori della montagna.

4.3 – Il movimento che nasce a Biella prende il nome di “MOUNTAIN WILDERNESS” e ha carattere internazionale. La sua sede centrale viene stabilita in Italia per il biennio “88-”89. Il Convegno ha eletto ventun garanti ai quali spetterà il compito di costituire legalmente il movimento elaborandone lo statuto, di nominare i responsabili del suo funzionamento pratico, e di operare affinché gli obiettivi individuati vengano perseguiti e raggiunti. I ventun garanti durano in carica due anni.

5. Obiettivi a breve e medio termine del movimento “M.W.”

5.1 – Il movimento dovrà agire sulle associazioni che si interessano di alpinismo e di protezione della natura nei vari paesi, allo scopo di: a) promuovere una riforma della cultura alpinistica nello spirito della wilderness (contro la commercializzazione, contro il proselitismo indiscriminato, per la sensibilizzazione dei giovani attraverso le scuole, per la formazione di una coscienza ambientalista nelle guide, negli istruttori di alpinismo, negli organizzatori di trekking); b) rendere più intensa ed efficace l”azione a protezione dell”ambiente di tali associazioni, intervenendo quando esse appaiono disposte a progettare o ad accettare iniziative non consone allo spirito della wilderness.

5.2 – La parte più importante dell”attività del movimento dovrà essere quella di proposta e di stimolo come: a) elaborare il concetto, studiare la fattibilità e proporre l”istituzione di parchi e/o zone protette per quelle regioni di montagna in cui è ancora possibile tutelare o recuperare la Wilderness (Parco Internazionale del Monte Bianco, Parco Nazionale degli Alti Tauri, varie zone ancora intatte o recuperabili delle Dolomiti); b) incoraggiare lo sviluppo dell”alpinismo extra europeo in stile alpino (spedizioni leggere e ultra leggere), e raccomandare ai Governi locali l”adozione di misure severe contro un comportamento scorretto delle spedizioni e dei trekking, con particolare riferimento all”obbligo di riportare i rifiuti in un luogo prescritto.

5.3 – Il movimento dovrà inserire nel quadro delle sue azioni permanenti iniziative a carattere emblematico, come: a) rimuovere o prevenire installazioni fisse incompatibili con la wilderness, come l”impianto a telecabine della Vallée Bianche, il circuito sciistico del Pelmo, gli impianti del Glacier de Chaviére (Vanoise), il complesso turistico del Saléve, vie ferrate, ecc. b) incoraggiare l”organizzazione di una spedizione che includa nei suoi obiettivi il recupero di una situazione deteriorata (Colle Sud dell”Everest, Sperone Abruzzi del K2, … )

5.4 – il movimento dovrà adoperarsi perché i Governi e le organizzazioni Internazionali siano informati delle sue iniziative ai livelli appropriati per ottenere gli interventi necessari. In particolare ai Governi ed alle Amministrazioni Regionali dovrà essere richiesta l”emanazione di leggi per la severe regolamentazione del traffico con mezzi meccanici in montagna (aerei ed elicotteri, fuoristrada e motocross, motoslitte, volo ultraleggero) con adeguate sanzioni e modi di controllo.

6. Conclusione

6.1 – La difesa degli spazi selvaggi è oggi più urgente che mai. Per tale motivo il Convegno di Biella si è posto degli obiettivi concreti immediati. Ma questo incontro ha provocato anche una nuova presa di coscienza: la difesa della montagna non è che uno degli aspetti della protezione della wilderness a livello mondiale. E’ dunque necessario unire gli sforzi con tutti i movimenti che sul nostro pianeta hanno per scopo la difesa dei deserti, dei mari, delle foreste primarie, dei luoghi montani e delle calotte glaciali; difesa che deve prevedere il bando di esercitazioni militari distruttive, degli esperimenti nucleari e dello stoccaggio di scorie radioattive. Le montagne fanno ancora parte dei luoghi selvaggi della Terra, e a questo titolo appartengono al patrimonio culturale di tutti gli uomini.

 

Turismo montano: problematiche e sfide    

 Il turismo determina fenomeni complessi, specialmente nei luoghi e nelle località che lo hanno come fonte primaria di reddito  e settore trainante di economie locali; l’altra faccia del turismo è quella rappresentata da fattori di degrado ambientale, di inquinamento, di consumo di suolo, da elementi di disturbo per fauna e flora endemica,  con possibili fattori di stravolgimento delle culture e delle tradizioni locali.

La crescente consapevolezza di ciò, ha indotto la comunità internazionale alla ricerca di elementi comuni tesi a sviluppare una coerente politica di sostenibilità del turismo globale della montagna, con attenzioni specifiche alle località più fragili, tra cui la fascia alpina.

L’ONU dichiarò il 2002 anno internazionale della montagna, accogliendo le indicazioni della Conferenza di Rio de Janeiro su ambiente e sviluppo e quella di Binshkek nel Kirghizistan del 1996, dando avvio concreto alla promozione della cooperazione internazionale in materia di politiche rivolte alla montagna ed in favore delle comunità locali che vivono questi particolari ecosistemi. Con il passare degli anni è anche maturata una coscienza più attenta ai problemi ambientali e sociali, connessi allo sfruttamento intensivo del territorio, ricercando percorsi di sostenibilità e di condivisione tra i soggetti coinvolti.

Anche le Alpi europee soffrono di problemi di inquinamento causati dai trasporti, dal congestionamento dei periodi di alta concentrazione stagionale, dallo spopolamento di intere vallate, dal consumo di territorio, dal ritiro dei ghiacciai. Per far fronte a questi problemi i sette stati toccati dall’arco alpino (Italia, Francia, Germania, Liechtenstein, Monaco, Austria, Svizzera e Slovenia), hanno sottoscritto nel 1991 la “Convenzione delle Alpi” (http://www.alpconv.org/theconvention/index_it), un documento programmatico per una politica globale per la conservazione e la protezione delle Alpi, in modo da determinare un utilizzo delle risorse compatibile e sostenibile.

 Elenchiamo, senza entrare in analisi dettagliate, alcune problematiche specifiche, relative ai versanti sia della domanda che dell’offerta turistica:

- maggiore mobilità della domanda turistica;

- frammentazione dei periodi di vacanza e conseguente minore durata dei soggiorni;

- diversa disponibilità di tempo per viaggiare, aumento del reddito disponibile, che determinano la scelta verso quelle proposte che offrono maggiori quantità di esperienze in minor tempo;

- maggiore autonomia e capacità organizzativa dei turisti con utilizzo dell’web, il che determina minore incidenza del ruolo dei tour operators e del turismo organizzato;

- ricerca di percorsi di differenziazione propri dell’attuale fase socioeconomica;

- moltiplicazione di nicchie di domanda specialistica che genera bisogni trasversali rispetto ad età e situazione sociale;

- maggiore attenzione agli aspetti ecologico ambientali e storico culturali nella scelta delle vacanze;

- maggiore attenzione alle culture ed alle identità e tipicità locali;

- richiesta di servizi innovativi e di condizioni di vacanza che privilegino gli aspetti qualitativi;

- utilizzo delle opportunità offerte dal trasporto aereo e dai fenomeni della globalizzazione.

 

Il prodotto montano ha poi proprie specificità:

- la doppia stagionalità (estiva ed invernale), con segmenti diversificati di domanda,  e con necessità di servizi complementari specifici;

- presenza sul mercato di seconde case che non aiutano l’utilizzo pieno delle strutture ricettive tradizionali, falsando anche i dati statistici della movimentazione turistica;

- una significativa componente escursionistica giornaliera che rende difficile percorsi di programmazione e pianificazione imprenditoriale stabile;

- difficoltà nell’affrontare i cambiamenti climatici, il fenomeno dell’innevamento, specialmente per le stazioni di media montagna;

-  le problematiche della sostenibilità legate all’accesso ed allo sfruttamento del territorio;

- maturità del prodotto montagna con aumento esponenziale della concorrenza, non solo tra aree montane, ma tra tipi di prodotti completamente diversi;

- aspetti legati alla concorrenza sui prezzi e sui servizi;

- capacità delle destinazioni di interpretare e leggere il cambiamento della domanda;

-  per il turismo invernale, passaggio dal turismo dello sci a quello della neve, con un offerta non più concentrata solo sulle pratiche sciistiche. Tentare di valorizzare maggiormente gli aspetti emozionali ed ambientali, rispetto a quelli sportivo agonistici.

 

La concorrenza tradizionale  tra le  destinazioni montane che offrono il prodotto classico, si scontra  sempre più con coloro che propongono modalità diverse di fruizione della vacanza; la concorrenza inoltre si genera anche con e tra prodotti completamente diversi.  

Si va sempre più affermando una tendenza non solo legata alla destinazione, ma ad una offerta complessiva e diversificata, che riesca a mettere in campo più elementi, quali il prezzo, la destinazione, le mode del momento, aspetti motivazionali, specificità locali, possibilità di dare risposte in tempo reale alle necessità. 

L’offerta della montagna  gioca il proprio futuro sulle concrete azioni che gli attori, pubblici e privati, riusciranno a mettere in campo, con immediati cambiamenti di processo e di prodotto, utilizzando tecniche e sensibilità innovative.